Maestri della scultura in legno nel Ducato degli Sforza,
catalogo della mostra (Milano, Castello Sforzesco, Sale Viscontee, 21 ottobre 2005- 29 gennaio 2006), a cura di Giovanni Romano e Claudio Salsi, con Francesca Tasso, Marco Albertario, Raffaele Casciaro e Daniele Pescarmona, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2005, pp. 263, ill. b/n e colori, s.i.p.

 

L’esposizione sulla scultura in legno in Lombardia tra XV e XVI secolo "nel Ducato degli Sforza", giunge dopo una lunga genesi alle Sale Viscontee del castello Sforzesco di Milano, curata da Giovanni Romano e Claudio Salsi, con Francesca Tasso, Marco Albertario, Raffaele Casciaro, Daniela Pescarmona e altri "comprimari…, quasi un gotha della giovane storia dell’arte e della giovane museologia milanese", come afferma G. Romano (p. 23). Una "mostra di ricerca prodotta dal Museo stesso, chiamando intorno a sé a raccolta studiosi e specialisti dell’argomento. L’indagine segue questi veri e propri teatri del legno… fino… alla ricostruzione, all’identificazione dei maestri e delle botteghe, grazie a una vasta campagna di studi" (A. Mottola Molfino, p. 11).

Le opere lignee esposte, di grande qualità e straordinario effetto visivo, sono divise in tre settori, come precisa nella "Presentazione" G. Romano. Il primo dedicato al chiudersi del gotico in Lombardia, con il tema del cantiere internazionale del Duomo di Milano, nonché alla fortuna di una famiglia di scultori pavesi i Da Surso (affidato a Francesca Tasso; dunque inerente a materiali attinenti all’epoca del Ducato dei Visconti: perché allora il titolo "…nel Ducato degli Sforza", Ducato che inizia nel 1450, con Francesco Sforza ?), il secondo dedicato al rinnovamento che avviene nell’ultimo quarto del ‘400, con gli scultori De Donati (Raffaele Casciaro) e l’ultimo che decorre dagli inizi del ‘500 con il trionfo della ‘maniera moderna’ e i Del Maino (Marco Albertario).

Aggirandoci nelle sale, accanto alle opere lignee, ne troviamo altre, sparse qua e là, realizzate in materiali diversi. Il senso della loro collocazione a fianco degli esemplari in legno per la verità sfugge. Si ricorre allora al catalogo in cerca di una spiegazione. "E’ sembrato giusto -afferma G. Romano, a p. 17- usare con molta libertà un’occasione irripetibile per la conoscenza della cultura figurativa lombarda e si è scelto di affiancare e confrontare, secondo percorsi omogenei di stile e di funzione, la scultura lignea con altre tecniche artistiche per cui Milano e la Lombardia furono famose in Europa:… i disegni, la terracotta dipinta, la sfarzosa oreficeria, i bronzetti", con scelte che attingono a opere disponibili al castello e a "prestiti mirati intorno al tema del colore nella scultura; i milanesi vedranno per la prima volta, ad esempio, il solenne busto di sant’Antigio, una vera grande scultura in metallo prezioso". Stupiti (davvero Milano e la Lombardia acquistarono fama per i "disegni" e i "bronzetti"? Cosa significa: "percorsi omogenei di stile e di funzione" ? Inoltre: i due frammenti di opere in alabastro scolpito, presentati da Francesca Tasso alle schede nn. I.16, I.17, sono prive delle "eventuali tracce di policromia", p. 88, così come quelli eseguiti in marmo dal Bambaia, analizzati da Vito Zani nella scheda III.13; inoltre, perché la scelta del più che modesto san Vito, assegnato nella scheda n. II.18 di Cinzia Piglione, e improponibilmente all’orafo Bernardino dalle Croci ? E’ invece evidente che si tratta di un’opera eseguita da più artigiani e in tempi diversi).

Tra i pezzi selezionati per ‘affiancare’, spicca la presenza di oggetti d’oreficeria. Dato che il loro nesso con i manufatti lignei e gli altri pezzi esposti francamente sfugge, si torna al catalogo. A p.18 troviamo fornite da G. Romano le motivazioni di tali scelte. La "meravigliosa chiave di volta in rame dorato che viene dall’opera del Duomo, confessa un’aria di famiglia con i disegni per le sculture di Michelino da Besozzo, i quali a loro volta, sono ancora importanti per le statuette reliquiario giunte in mostra da Vercelli", mentre (sempre G. Romano, p. 19) per "il terzo settore il divertimento consiste nel sorprendere gli sguardi incrociati e i debiti reciproci tra Giovanni Angelo del Maino, il Bambaia, Gaudenzio Ferrari, e la bottega dei Decio".

Omettendo considerazioni su quanto stralciato dal catalogo fin qui (perché almeno non leggere quanto ebbe a scrivere alcuni anni fa Giovanni Previtali, in Scultura e smalto traslucido nell’oreficeria toscana del primo Trecento: una questione preliminare, "Prospettiva", 79, 1995, p. 2-4, circa l’oreficeria, arte a sé, che richiede strumenti e metodi d’indagine diversi da quelli utilizzati per altre forme artistiche, e dove tra l’altro i pezzi sono realizzati a più mani ?), desiderosi di saperne qualcosa di più sulla realtà artistica proposta dalla mostra, partiamo dal primo saggio, scritto da Francesca Tasso, da dove giungono ulteriori ragguagli (pp. 39-40). "Nel momento in cui il percorso degli scultori in marmo comincia a divaricarsi da quello degli intagliatori"- (ma quando ciò avverrebbe?) - "si evidenziano nessi non casuali tra sculture in legno e sculture in metallo. Si può cominciare da Beltramino da Rho, il maestro orafo autore di una statuetta di san Giovanni Battista per il Duomo di Monza e di una testa di Dio Padre proveniente dalla chiave di volta dell’abside del Duomo di Milano". Le statuette di Apostoli giunte dal Tesoro del Duomo di Vercelli, sono invece a disposizione dei fruitori milanesi, perché "dimostrano quanto siano versatili i disegni micheliniani, adattabili anche a una lavorazione a sbalzo del metallo… Infine il Reliquiario degli Innocenti, dalla chiesa di san Francesco Grande a Milano, pare una summa degli orientamenti della scultura e tutto tondo coeva, sebbene le lamine siano lavorate a sbalzo".

Naturalmente a questo punto, in cerca di delucidazione, si passa alle schede delle opere menzionate dall’Autrice.

Ci si accorge subito però che malgrado quanto ci si aspetterebbe, le schede di catalogo, che sarebbero frutto come sostiene A. Mottola Molfino di "una vasta campagna di studi" e che di norma sono utilizzate nei cataloghi delle esposizioni per puntualizzare e approfondire quanto annunciato nei saggi, sono prive di bibliografia, né mostrano d’essere l’esito di ricerche nuove. Oppure in altri casi, la bibliografia che spunta ogni tanto, è ben lontano dall’essere redatta in modo da offrire imparzialmente al lettore la citazione degli studiosi che nel corso degli anni si sono interessati alle opere, anche dove non era possibile sottrarsi alla citazione.

Valga l’esempio di quanto succede nella prima scheda (n. I. 1), redatta da Cinzia Piglione ("che ha seguito da vicino la scelta delle oreficerie da presentare in mostra", come scrive a p. 18 G. Romano). Vale a dire quella dedicata alla testa di Dio Padre, in rame sbalzato e dorato, eseguita dall’orafo Beltramino de Zuttis, la figura del quale sarebbe stata "brillantemente ricostruita in anni recenti da Laura Cavazzini" (Oreficeria e scultura in un cantiere tardogotico. La chiave di volta del catino absidale del Duomo di Milano,"Prospettiva", 83-84, 1996, pp.128-133). Questo "fuoriclasse della lavorazione del metallo" (p.48), risulta qui anche autore della statuetta raffigurante san Giovanni Battista del Duomo di Monza "che Cavazzini ha riconosciuto come sua prova" (L. Cavazzini, Il crepuscolo della scultura medievale in Lombardia, Firenze 2004, p. 125), su basi stilistiche. Per la verità, la riscoperta (anche archivistica) di Beltramino de Zuttis e dell’opera al Duomo di Milano (eseguita peraltro con altri "maestri" e lavoranti, cf. P. Venturelli, Dati d’archivio per opere orafe della Cattedrale di Milano in età viscontea. Intorno a Beltramino de Zutti da Rhaude e ad alcuni oggetti, in "Archivio Storico Lombardo", CXXIX, 2003, pp. 275-286) per la conoscenza della quale Piglione aggiunge solo un dato d’archivio, su segnalazione di Giulia Benati (alcuni pagamenti), non riportandolo però purtroppo in modo corretto tanto da essere inutilizzabile (mancano le date!!!), spetta a Michele Caffi (Di alcuni maestri di arte del secolo XV in Milano poco noti o mal indicati, in "Archivio Storico Lombardo", V, 1878, pp. 90-92; Ead., Arte Antica Lombarda. Oreficeria, in "Archivio Storico Lombardo", VII, 1880, p. 595) e a P. Airaghi (Schedula per Beltramino de Zottis ( o Zuttis) da Rho, in Il Duomo di Milano, a cura di M. L. Gatti Perer, I vol., Milano 1969, pp. 107-110); si rimane inoltre davvero sconcertati nel notare la ripetuta citazione del testo di L. Cavazzini (2004), in questa scheda così come nelle altre pagine del catalogo (davvero della scultura medievale in Lombardia non si è occupato nessuno, e meglio? Siamo al cospetto di una seria studiosa d’arti orafe dalla quale accettare qualsiasi asserzione ?).

Ma torniamo alle schede del catalogo, osservando che in altri casi la fonte bibliografica c’è, ma viene accuratamente privata di valore, senza essere messa in evidenza con il dovuto scrupolo. E’ il caso della scheda di Maria Cristina Passoni (II.15) riguardante la Deposizione nel sepolcro (Pinacoteca di Brera), proveniente da Camuzzago, assegnata a Bernardino de Conti e collaboratori, dove non vedo posto in rilievo nel giusto modo il bel contributo di Graziano Alfredo Vergani contenuto in una monografia (da dove si attingono peraltro i dati) sulla tavola (Il monastero e la cascina di Camuzzago, a cura di G. A. Vergani, Mezzago 1987). In altre schede invece, il lettore che si prenda la briga di controllare la portata della bibliografia citata, si accorgerà dell’irrilevanza della stessa rispetto all’argomento trattato. Per esempio, nella scheda I.6, a firma di Francesca Tasso (da intrecciare con il saggio della medesima Autrice che la precede), che affronta un altro esemplare orafo, il Reliquiario degli Innocenti (Milano, Museo della Basilica di sant’Ambrogio), qui assegnato se pur dubitativamente all’ atelier dei Pozzi (atelier che non risulta sia mai stato ricostruito, peraltro), sulla base delle "incisive" ricostruzioni che Laura Cavazzini avrebbe fatto di questa bottega (nel sempre citato Il crepuscolo della scultura medievale in Lombardia, Firenze 2004, p. 134). Ma, Tasso continua (pp. 62-63), alla "bottega di cui il reliquiario degli Innocenti costituisce una delle prime opere" (e non un attimo di esitazione accompagna tale attribuzione: e il povero Borgino del Pozzo del trecentesco paliotto nel Duomo di Monza ?), "Cavazzini assegna anche l’ostensorio di Voghera (Milano, Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco), in particolare per le affinità con le figure a sbalzo che ornano il piede, le quali a loro volta presentano stringenti affinità con le statue reliquiario di Apostoli nel Tesoro del Duomo di Vercelli" (scheda I.7, sempre a firma di Francesca Tasso), che già Romano (in Guida breve... 1979, p. 96) con felice intuizione ha avvicinato ad alcune figure del reliquiario degli Innocenti".

Non commentando il metodo (sottolineando invece l’estraneità stilistica delle modeste statuette di Vercelli alle opere citate e rimandando ad altre sede il commento di tali attribuzioni), passiamo a una lettura dello studio della Cavazzini menzionato. Troviamo unicamente brevi e opinabili osservazioni rivolte al fronte stilistico (pp. 134-135), si parla di "suggestive analogie" tra le opere (eliminando nel frattempo la bibliografia sul tema, evidentemente non gradita, in primis l’importante e ineludibile volume sulla croce d’argento e smalti del Duomo di Cremona, datata 1478 e firmata da Ambrogio Pozzi e Agostino Sacchi, La grande croce sul Duomo di Cremona, a cura di L. Dolcini, Calvenzano 1994), affermando a riguardo della grande croce cremonese che "questi personaggetti simpatici… sono così vicini ai protagonisti delle Storie di Cristo sulla cassetta ambrosiana da far credere che siano davvero usciti, seppure a distanza di diversi lustri, da una stessa bottega", appunto quella dei Pozzi; segue il rinvio all’ "ostensorio di Voghera" (che in realtà è tra l’altro un Tabernacolo), con ulteriori considerazioni. Infatti si dice: a "voler cercare un anello ulteriore che colmi in parte la distanza cronologica tra le due imprese, credo sia opportuno evocare uno dei prodotti più noti e discussi dell’oreficeria milanese del Quattrocento il cosiddetto ostensorio di Voghera" (anche qui la nutrita bibliografia sull’argomento viene solo in parte fornita al lettore e in modo molto parziale): "le mezze figure dei santi disposte sul piede… starebbero benissimo tanto tra il seguito dei Magi di sant’Ambrogio quanto in uno dei monolocali del grattacielo cremonese" (!!!!); "insomma riprendendo il discorso avviato dal sant’Ambrogio ormai un secolo fa, mi sembra ragionevole ricondurre alla medesima bottega orafa la preziosa cassetta degli Innocenti, la croce maestosa di Cremona e l’ostensorio di Voghera". Ecco sciorinata con piglio autorevole una bella catena di attribuzioni, in barba alle analisi dei materiali, delle tecniche, dei punzoni, dei documenti, ecc.

Fatte proprie tali asserzioni, il lettore ritorna al catalogo in discussione, andando a questo punto alla scheda di Francessca Tasso (I.7) riguardante le ricordate statue reliquiario degli Apostoli del Duomo di Vercelli, avvicinate dalla Tasso (p. 64), sulla scorta di una "felice intuizione" di Giovanni Romano, anche al Compianto ligneo del Duomo di Lodi (scheda n.I.5 datato 1400-1430 ca.; ma a chi scrive l’accostamento davvero non si palesa !). Per le statue di Vercelli l’Autrice afferma che (p. 64) la "provenienza da una bottega lombarda è infatti indubitabile: a indirizzare più in particolare verso l’asse Milano Pavia, è il confronto verificabile in mostra, con i disegni di Apostoli di Michelino da Besozzo del Louvre (cat. I.4) suggerito da Romano (comunicazione orale)"; inoltre sarebbe "stringente anche il confronto con la Pace di Filippo Maria Visconti" (Milano, Basilica di sant’Ambrogio), un’opera che ho in più sedi trattato, anche sulla base di ricerche d’archivio (ma non se ne fa parola) e invece accostato ai modi della già ricordata statuetta del Duomo di Monza con san Giovanni Battista (dunque a Beltramino de Zuttis; si veda P.Venturelli, L’oro e la porpora, mostra a cura di P. Biscottini, Milano 2000, n. 107, p. 240-242; P. Venturelli, Smalto, oro e preziosi. Oreficeria e arti suntuarie nel Ducato di Milano tra Visocnbti e Sforza,Venezia 2003, n. X.1, 187-189); conclude la Tasso: "Pare quindi indubitabile che anche dal punto di vista esecutivo- e non meramente progettuale o ideale- le statue reliquiario siano state realizzate in una bottega milanese di alto profilo legata alla bottega Pozzi, identificata da Cavazzini… Proprio il confronto stringente con le figure del piede dell’ostensorio" (cioè il Tabernacolo di Voghera), "permrtte di stringere la datazione delle statuette vercellesi tra il 1456 dell’ostensorio e il 1460 apposto da Jacopino Cietario sul suo noto trittichetto del Musei Civici di Torino" (questo strano richiamo a che proposito giunge? Dato che tra l’altro non si tratta di un’oreficeria ?).

Sempre a proposito d’oreficerie e della eliminazione di bibliografia non gradita (ma al contempo recuperando abbondantemente notizie nella medesima non gradita bibliografia), mi trovo invece direttamente coinvolta nella scheda a firma di Marco Collareta (II.21) sulla Pace attribuita al misterioso ‘Moderno’ (Mantova, Museo Diocesano), dove si riprendono (senza offrire la minima citazione della fonte) le mie osservazioni sul ‘Moderno alias Caradosso’, espresse nel capitolo Cellini, gli orefici milanesi a Roma,Caradosso e Leonardo (in P. Venturelli, Leonardo da Vinci e le arti preziose. Milano tra XV e XVI secolo, Venezia 2002, pp. 145-157, inclusa la menzione del De pintura antiqua di Francisco de Hollanda (1548), come probabile fonte per giungere forse a identificare nel Moderno proprio il Caradosso. Ma non migliore sorte mi viene riservata nelle schede in coda al catalogo dedicate al miniatore Giovanni Giacomo Decio (nn. III. 19, 20, redatte da Rossana Sacchi, sulla base di un suo studio in corso di pubblicazione) e al calice con smalti del Castello Sforzesco di Milano, proveniente da santa Maria dei Servi (III. 21, a cura di Cinzia Piglione). Esaltate le ‘intuizioni’ (di più proprio non si può dire) di Silvana Pettenati a riguardo dei di presunti contatti tra la bottega dei miniatori Decio (ancora però tutta da ricostruire nelle personalità) e l’oreficeria (S. Pettenati, I Decio e i vetri églomisés, in Per Maria Cionini Visani. Scritti di amici, Torino 1977, pp. 50), ci si appropria invece (senza naturalmente dichiararlo) di quanto ebbi già a scrivere (scheda n. 72, in Io sono la volpe dolorosa,catalogo della mostra, a cura di E. Saita, Milano 2000, p. 123-126; P. Venturelli, Leonardo da Vinci e le arti preziose…, 2002, p. 33, e nota 104, p. 58; P, Venturelli, Smalto, oro e preziosi... 2003, X.7, pp. 201-203), comprese le indicazioni archivistiche per i Decio ‘orafi’e le osservazioni sia sulle relazioni tra le miniature e gli smalti del calice sia sulle parti in metallo del pezzo in esame.

A termine della lettura dell’intero catalogo torniamo a ciò che dovrebbe costituire il tema principale dell’esposizione: la scultura lignea. Rimanendone però delusi.

Date le premesse (A. Mottola Molfino), ci si sarebbe aspettati per esempio nel catalogo di trovare identificazioni di personalità e botteghe, ribaltate su opere (restituite quindi alla loro giusta autografia), qualcosa circa le committenze, i costi, i materiali, le tecniche, indagati gli archivi per fornire notizie certe e non solo ‘sensazioni’ personali. Sarebbe stato logico trovare informazioni sulla realtà della bottega dei legnamari (quali sono le figure che vi lavorano? Che competenze hanno ? Come sono i contratti di apprendistato?), o sui nomi dei legnamari attivi nei diversi centri menzionati. L’apporto documentario è offerto di Paola Gallerani ("La matricola della scuola di San Giuseppe a Milano", conservata nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, pp. 243-247), che recupera peraltro alcune delle numerose indicazioni già espresse da J. Shell (Pittori in bottega. Milano nel Rinascimento, Torino 1995, p. 22-23, p. 55 nota 22, 25, 27, p. 56, nota 31: ricordate solo parzialmente), limitando le analisi alle prime 12 carte che compongono il documento (perché ? Questione di cartelle assegnate? Allora sarebbe stato forse meglio lasciare stare le note codicologiche).

Non posso a questo punto che rimandare alla miscellanea in onore di Grazioso Sironi, che uscirà agli inizi del 2006 come numero speciale di "Nuova Rivista Storica", dove figureranno tra l’altro contributi sugli orafi Pozzi e su Beltramino de Zuttis, oltre che su alcuni legnamari, e un modo diverso di fare storia dell’arte.

Paola Venturelli
(3 nov 2005)


Indice

Giovanni Romano
Presentazione

Claudio Salsi
Sculture e bassorilievi lignei del rinascimento lombardo al Castello Sforzesco. Le origini della collezione

Francesca Tasso
I. Milano, Pavia, Lodi: la scultura di legno nel ducato dei Visconti

Schede opere

Raffaele Casciaro
II. Maestri e botteghe nel secondo Quattrocento

Schede delle opere

Marco Albertario
III. Intorno a Giovanni Angelo del Maino

Schede opere

Daniele Pescarmona
Annotazioni di tecnica esecutiva

Paola Gallerani
La matricola della scuola di san Giuseppe di Milano

Andrea Perin
Note sull’allestimento

Bibliografia, a cura di Daniele Cassinelli e Paolo Plebani

 


Vai al sito web dell'editore