Romanino. Un pittore in rivolta nel Rinascimento italiano,
catalogo della mostra, a cura di Lia Camerlengo, Ezio Chini, Francesca De Gramatica, Francesco Frangi, Cinisello Balsamo (MI) Silvana Editoriale 2006, pp. 448, 250 ill. a colori, € 38,00.

 


Al Castello del Buonconsiglio di Trento – in parallelo e consonanza con la mostra bresciana recentemente inaugurata alla Pinacoteca Tosio Martinengo – ha aperto i battenti un'ampia rassegna (curata da Lia Camerlengo, Ezio Chini, Francesca De Gramatica e Francesco Frangi, con la collaborazione di Alessandro Nova) che celebra il pittore Girolamo Romanino, da sempre considerato animo “in rivolta”, “sdegnato barbaro”, artista di “rabbiosa alterità”.

L'inevitabile paragone con la celebre retrospettiva bresciana del 1965 costituisce, per l'esposizione trentina, un banco alquanto severo. Realizzata in tempi molto diversi, la mostra monografica bresciana aveva potuto contare su una disponibilità alla mobilità e al prestito delle opere oggi del tutto impensabile.

L'episodio più clamoroso era stato la smobilitazione con trasferimento in mostra del complesso dell'organo di Asola, ma alla Rotonda erano approdate anche le pale d'altare del Museo Civico di Padova e di S.Francesco a Brescia, così come l'intero ciclo della Cappella del Sacramento di S.Giovanni Evangelista.

Considerati i legittimi scrupoli nel frattempo affermatisi nelle scelte delle Soprintendenze, non è stato possibile riproporre la presenza di tali opere (e anche del noto Compianto del 1510, ora a Venezia) al Castello del Buonconsiglio.
Nonostante ciò a Trento è possibile confrontarsi con un insieme significativo del corpus romaniniano: per esempio con le due meravigliose Cene già a Rodengo Saiano, la sequenza delle ante d'organo di Asola, Brescia, Verona, le pale di S.Maria in Calchera, di Capriolo, Salò, Montichiari.

Inoltre, se sfavorita rispetto alla retrospettiva bresciana sul fronte della reperibilità delle opere, l'esposizione trentina può vantare importanti acquisizioni documentarie, frutto di una fervida stagione di ricerche, dalle scoperte di Passamani, di Testori e Ballarin, di Chini, fino allo studio di Nova (della Goethe-Universität di Francoforte), alle ricognizioni di Boselli e agli studi della Cook (scoperte, queste ultime, che hanno consentito di fare chiarezza sugli ultimi anni di attività del pittore e sul suo rapporto di collaborazione con Lattanzio Gambara).

Insomma, certezze  maturate in 41 anni, che hanno anche alleggerito il catalogo di decine e decine di dipinti. Nova, per esempio, aveva già riordinato nella celebre monografia del 1994 il catalogo romaniniano, espellendo oltre 200 tra dipinti e disegni, e proponendo 124 schede di opere certe.

Medesimamente sono emerse novità in relazione all'opera romaniniana dalle numerose campagne di restauro che hanno interessato per questa occasione un cospicuo numero di opere dell'artista, tra le quali le Scene della Passione del Duomo di Cremona, le imprese camune di Pisogne e di Breno (il cui recupero ha suscitato accese discussioni per alcune scelte metodologiche), la chiesa dell'Annunciata di Rovato, le ante di Asola, il tragico Compianto di Ospitaletto, la Resurrezione di Capriolo e il ciclo del Castello di Trento.

Operazioni di recupero avevano interessato anni fa lo stesso Magno Palazzo di Cles, rimuovendo per altro anche i "braghettoni" che nel XVIII sec. erano stati dipinti sopra gli affreschi del Romanino, come nel caso delle Tre Grazie della grande Loggia. Interessante in mostra anche un corpus di 33 disegni romaniniani, importanti (è la mostra a tutt'oggi più completa da questo punto di vista) ma poco conosciuti, arrivati da diversi musei europei e affiancati a disegni autografi del Pordenone e del Lotto. Vasari, nell'edizione del 1568 delle Vite, dopo aver elogiato "nel lavorare in fresco Vincenzio Verchio, il quale per le opere sue s'acquistò grandissimo nome nella patria", riferisce al Romanino: "Il simile fece Girolamo Romanino, bonissimo pratico e disegnatore, come apertamente dimostrano l'opere sue fatte in Brescia et intorno a molte miglia”. Il saggio di Nova in catalogo è dedicato proprio all'opera grafica di Girolamo Romanino, alla fortuna e alla controversa cronologia dei disegni romaniniani, all'espediente retorico della figura di spalle, adottato dal pittore in modo così sistematico da diventare una sua prerogativa.

Altrettanto significativa è risultata la ricognizione archivistica compiuta da Stefania Buganza e Cristina Passoni, alle quali si deve la pubblicazione, in coda al catalogo, di un regesto completo dei documenti relativi al Romanino, che consente di colmare una lacuna non irrilevante per quanto riguarda gli studi dedicati al pittore.

Il regesto raccoglie infatti, oltre ai dati documentari, le indicazioni cronologiche sulla vita e l'attività di Girolamo, fornite dalle fonti e dalle datazioni apposte sulle opere. Resta però ancora imprecisata la data di nascita, fermo restando che le polizze d'estimo del pittore inducono a fissarla in prossimità della metà degli anni ottanta del XVI sec. Poco si sa anche del fratello pittore Giovan Giacomo, ricordato in un importante documento del 1508, dal quale si ricava che Girolamo teneva a Brescia una bottega ben avviata già dal primo decennio del XVI sec.

La mostra si articola in diverse sezioni, dalla formazione del pittore tra Venezia e Milano, ai ritratti e alle opere giovanili, dagli affreschi di Trento - snodo fondamentale del percorso espositivo, mostra nella mostra - alle opere realizzate a ridosso della metà del secolo. Quindi la produzione degli anni ’40-’50, all’interno della quale particolare risalto – lo ha ricordato Enzo Chini in conferenza stampa - avranno le sopra menzionate grandi ante d’organo provenienti dal Duomo di Brescia, da Asola e dalla chiesa di S. Giorgio in Braida a Verona.

La messa a fuoco degli effettivi esordi del Romanino vanta, fra le opere esposte al Buonconsiglio, la Madonna col Bambino del Louvre, del 1507-1508, che dimostra la chiara influenza di Bramantino e di Giorgione e l'assenza di ogni influsso tizianesco, e il Narciso alla fonte di Francoforte, vicino alle prove lagunari di Dürer (entrambi comunque precedenti agli affreschi già a Ghedi, eseguiti per Niccolò Orsini).

Viceversa il riferimento al fare tizianesco (affrontato ampiamente nel saggio di Nova in catalogo, con ricorso alle categorie di “centro, periferia, provincia”) si ravvisa nella monumentale Pala di Santa Giustina, dipinta dal Romanino a Padova dopo il Sacco del 1512. La scena principale con la Madonna col Bambino incoronata da due angeli e fra santi è rimasta nel Museo Civico padovano, mentre sono esposti il tondo della cimasa col Cristo nel sepolcro sorretto da un angelo, e due tondi dei pennacchi, frutto delle meditazioni sugli affreschi della Scuola del Santo, come saranno poi in fondo le due malinconiche Madonne di Brera e della Galleria Doria Pamphilj, entrambe del 1517-1518. 

In ogni caso Romanino “fu in grado di suggerire un percorso alternativo rispetto a quello degli emuli del Vecellio”. Nova osserva infatti, in relazione al rimando tizianesco, che “si tratta di un linguaggio che non gli era congegnale”, tanto che subito dopo Girolamo recupererà Giorgione, Dosso e Palma il Vecchio.

Il rapporto con la cultura artistica milanese è invece affrontato dalla Buganza, che indaga sulle relazioni fra Romanino, Bramantino e Zenale, artista, quest'ultimo, che aveva soggiornato a Brescia, dipingendo non solo il Compianto oggi in S.Giovanni Evangelista, ma anche le perdute Storie della Vergine e di Gesù nella Cappella dell'Immacolata in S.Francesco. Allo stesso modo presenze meno eclatanti ma numericamente significative di artisti milanesi, giunti Brescia dopo la caduta degli Sforza, e in seguito, dovettero lasciare dietro di sé non poche tracce della cultura ambrosiana.
Al 1514 si dà il primo ritratto noto del Romanino, l'uomo in armatura dall'ampio cappello e lo spadone che gli arriva alla spalla, approdato in mostra dal Museo Isaac Delgado di New Orleans, mentre più tardi sono il Ritratto di gentiluomo di Budapest e l'analogo soggetto proveniente dalla Pennsylvania. Nova sottolinea che "anche in seguito permarrà un contrasto inspiegabile fra la straordinaria forza icastica dei personaggi effigiati dall'artista negli affreschi" o nelle pale, "e la sconcertante anonimità" di questi ritratti.  

In mostra si può ammirare anche una tavola con Venere e Cupido, datata 1517-18 e data un tempo ad Altobello Melone, l'Adorazione dei pastori di Gosford House, del 1518-20, la Messa di S.Apollonio, proveniente da S.Maria in Calchera a Brescia e datata 1525, e una Madonna con Bambino proveniente da Budapest.

Coevo alla Messa è il Polittico di Sant'Alessandro, diviso fra i cinque pannelli della National Gallery di Londra (due sono in mostra con i santi Gaudioso e Filippo Benizzi) e la cimasa di collezione privata fiorentina. Anche se il Polittico era stato considerato uno dei punti di forza della maturità romaniniana, secondo Nova si tratta di "un'involontaria battuta d'arresto sulla via che porta al Romanino più vero degli anni trenta", provocata dall'arrivo a Brescia nel 1522 di un'opera del Tiziano che non si poteva ignorare: il Polittico Averoldi.

A fine 1517 Romanino si confrontò con gli affreschi dipinti da Altobello nella navata centrale della cattedrale di Cremona e nel 1519 dipinse le quattro Storie della Passione, finendo per essere licenziato nel modo più umiliante dai nuovi massari del duomo, che gli preferirono il Pordenone, ma questa è storia nota. Il saggio di Frangi in catalogo, dopo aver presentato le “ragioni” della mostra e il debito nei confronti degli studi romaniniani degli ultimi quarant'anni, presenta un escursus dedicato all'attività del pittore, dagli esordi ai suddetti affreschi di Cremona, dagli anni venti accanto al Moretto (“Raffaello bresciano”) agli anni cinquanta, epilogo del suo percorso artistico.

Al Castello del Buonconsiglio si può ammirare anche la suddetta pala con la Resurrezione di Cristo, dipinta nel 1526 circa per la chiesa parrocchiale di Capriolo ed eseguita negli anni in cui il Romanino, lontano da Brescia, si allontanò dal fare del Moretto e dal classicismo di Tiziano, dando vita ad "una parodia di grande bellezza ed efficacia" nell'atletico Cristo "dal braccio destro malamente scorciato", nella "sproporzione fra i corpi possenti dei soldati” e il minuscolo sarcofago.
Una sala della mostra presenta, come anticipato sopra, le ante d'organo dipinte, una specialità del pittore bresciano, che le portava a buon fine in pochi mesi (la lavorazione richiedeva infatti un'esecuzione rapida con tempera a guazzo che non prevedeva quasi la preparazione. In catalogo si sottolinea anche che "a volte il Romanino stende il colore con le dita").
A Trento si ammirano dunque le facce interne delle ante già nel presbiterio del Duomo Vecchio di Brescia (ora nel Duomo Nuovo), del 1539-41; poi le ante dipinte per la parrocchiale di S.Andrea Apostolo ad Asola, datate 1524-25; infine le facce interne delle ante di San Giorgio in Braida a Verona, del 1540, eseguite a tempera su tela finita ad olio. 

Inoltre in mostra si trovano anche gli unici due frammenti superstiti delle ante dell'organo di S.Maria Maggiore a Trento, datate al 1535-36 e citate con grande ammirazione da tutte le fonti come opera del Romanino. L'impianto iconografico delle ante di S.Maria Maggiore si può in parte ricostruire grazie a due  copie conservate a Praga, riproducenti i lati interni con la Visitazione e la Presentazione di Gesù al Tempio, che la Passoni ha potuto analizzare riconoscendo nei donatori gli stessi coniugi Ciurletti che si ritrovano accanto alla Madonna della Pinacoteca Nazionale di Siena.

La mostra trentina ospita anche le tele con l'Adorazione dei magi provenienti dalla chiesa bresciana dei Santi Nazaro e Celso, datate al 1536-40 e un tempo credute ante del vecchio organo, e la pala proveniente dal Duomo di Salò, che in origine si trovava nella chiesa salodiana di S.Bernardino, raffigurante S.Antonio da Padova e angeli con un donatore, personaggio che forse può essere riconosciuto, in base a studi di Gheroldi e Buganza, in Alessandro Cicala, committente di un ciclo di affreschi che il Romanino avrebbe eseguito a S.Felice del Benaco.

Al 1535-40 risale un S.Girolamo proveniente da Budapest e incomprensibilmente assegnato al Domenichino fino agli anni sessanta, ma dato da Frangi al Romanino, che nel più recente catalogo ungherese è ancora registrato come “opera di scuola bresciana del XVI sec.”.

A smentire la fama di pittore ripetitivo degli ultimi decenni di attività del Romanino, si espone l'imponente Ultima cena dipinta per la chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta a Montichiari, datata al 1540-42 circa, che si distingue per l'esecuzione di una dettagliatissima natura morta e per una scelta iconografia non propriamente tradizionale. Il dipinto fu realizzato per un altare laterale dedicato al Preziosissimo Sangue della vecchia parrocchiale quattrocentesca di S.Maria, che sorgeva sullo stesso luogo della chiesa attuale.

Del periodo maturo si espone il piccolo Ecce Homo di Hannover, del 1548-1550 circa, che rimanda alle diverse versioni che Romanino elaborò su questo tema, o al Cristo portacroce di Brera, ai Crocifissi di Breno e della Tosio, pure in mostra.

Di seguito una Madonna con Bambino e Santi del 1545, già esposta a Brescia, l'originale Madonna con Bambino e San Paolo, la tela con Il buon samaritano della collezione Toesca, e la pala d'altare  con la Madonna col Bambino, S.Cecilia, S.Caterina, S.Giovannino e due angeli, conservata al Centro culturale San Fedele di Milano e proveniente dal collegio dei Gesuiti di Gallarate, che il restauro del 2003-2004 ha contribuito a restituire al suo aspetto originario, contribuendo a ricostruirne l'intricata vicenda.

Poi la Raccolta della manna eseguita per il Duomo Vecchio di Brescia, una grande tela lavorata a tempera con finiture ad olio e datata al 1555 circa, momento in cui Romanino non è più in grado di affrontare i ponteggi per dipingere ad affresco e pertanto "escogita un espediente che gli consente di ottenere sulla tela gli effetti dell'affresco" sfruttando l'esperienza delle ante di organo.

In mostra anche il Giudizio di Salomone, un arazzo eseguito su cartoni del Romanino e facente parte di una serie perduta di sei pezzi che secondo Forti Grazzini avrebbero potuto essere destinati al nobile bresciano Girolamo Martinengo, esiliato per aver commesso un omicidio e poi riabilitato dal governo veneziano dopo aver giurato di difendere la patria dalla minaccia degli infedeli. Ispirato a episodi biblici, evangelici e mitologici, il ciclo narra di un uomo che fu vittima di un ingiustizia e della sua riabilitazione. Lo stesso Grazzini ipotizza che la realizzazione dell'arazzo si debba alle manifatture di Mantova che in quegli stessi anni ospitavano il celebre arazziere brussellese Nicola Karcher, alla corte di Ercole Gonzaga (Girolamo aveva sposato una Gonzaga). La Passoni, in attesa che la congettura di Grazzini possa essere dimostrata, propone una riflessione sulla famiglia bresciana degli Avogadro, che pure avevano contatto con arazzieri e manifatture tessili.

Una sala della mostra è riservata poi al Romanino della “materia argentata” e luccicante dei manti in seta o raso, un "cromatismo straordinario", secondo Nova, che sostiene come in questo periodo (gli anni '30-'40) Romanino fosse “ossessionato  dalla resa dei panni e tessuti". Esempi si trovano nella Madonna col Bambino incoronata da due angeli (conservata nel Palazzo della Congrega della carità apostolica a Brescia) o nella realistica Adorazione dei Pastori della Pinacoteca Tosio Martinengo.

Una sezione del percorso espositivo è dedicata infine a Bernardo Cles (si espone anche un suo ritratto a mezzo busto eseguito dal fiammingo Bartel Bruyn) principe vescovo che sulla scena europea si impegnò a favorire il dialogo fra papato (Clemente VII) e impero (Carlo V e  Ferdinando d'Asburgo), cancelliere supremo dell'impero, cardinale, e candidato imperiale al seggio pontificio, la cui committenza fu “culturalmente e politicamente molto prestigiosa". Compendio a questa sezione della mostra l'apparato critico curato da Ezio Chini in coda alle schede d'opera.

Particolarmente sensibile al mondo artistico tedesco, si prefiggeva di rivitalizzare Trento e il principato attraverso un programma culturale ispirato alle corti italiane del Rinascimento, arruolando architetti, pittori, lapicidi, scalpellini, stuccatori, doratori (Giulio Romano si lamentò che Mantova fosse rimasta vuota di artigiani!). Dosso Dossi, col veneto Marcello Fogolino e Zaccaria Zacchi, scultore di terracotte dipinte, si faceva portatore del classicismo, mentre l'apporto “anticlassico” era riservato agli artisti tedeschi e anche a Romanino stesso, che venne però retribuito "da bon maestro", ricevendo un compenso leggermente inferiore a quello del Dosso, "vero maestro".

Dal duca d'Este Cles ottenne anche un maestro per "condurre acque segrete per dare ornamento al giardino" che doveva essere ricco di erbe medicinali, mentre da Federico Gonzaga non riuscì ad avere l'architetto Battista Covo. Altri artisti esaminati sarebbero stati un pittore “raccomandato” di Mantova ed uno veneziano, che potrebbe forse essere stato Lotto oppure Pordenone, dato che si era presentato come "il secondo di exellentia" dopo Tiziano.

Non è ancora chiaro se al Romanino fu presentato subito tutto il programma di lavoro per il cantiere del Magno Palazzo. In un primo momento le richieste di Cles dovettero suonare piuttosto semplici, sostanzialmente un fregio, nella camera da letto, la Chamara sopra la loza (o Chamera del Signor), che doveva essere affrontata per prima. Ed anche per la loggia - la Loza granda -  su un lato del cortile dei Leoni con giardino interno, che pure aveva "il ruolo di fulcro del contesto architettonico e simbolico" della nuova costruzione, il programma prevedeva una generica decorazione limitata alle vele sovrastanti archi e lunette e nella volta un cielo azzurro "cum cosse d'oro tirate dentro", stelle stilizzate con raggi sottilissimi e irregolari.

Romanino si era fra l'altro impegnato (accordo che non riuscì a mantenere) con scarsa prudenza, a lavorare al Palazzo durante l'inverno, a patto che gli ambienti avessero le finestre e fossero riscaldati. Dipinse la Camera delle udienze - Lozeta zoe el lausloden - la Loggia, il passaggio verso la scala che porta al giardino, la scala, la voltura sotto la Loggia, l'andito alla cucina, l'andito al bagno, mentre al piano nobile la camera da letto di Cles, decorata con un fregio di busti all'antica, clipeati a monocromo, affiancati da putti. In quest'ultimo caso il Romanino dovette adeguarsi a schemi classici analoghi a quelli dell'andito alla cucina, con un risultato che non piacque al committente (Cles tre anni dopo la conclusione della decorazione ordinò di rinfrescare il fregio, "tocharlo de più belli colori, figurete et oro"). Lo stesso vale per la Camera delle udienze con gli imperatori romani e i ritratti di Carlo V e Ferdinando, che qualche anno dopo il principe vescovo fece riprendere dal Fogolino, che però lasciò intatto il "bellissimo ritratto" del Cles, dipinto sulla parte opposta della volta.

Il capolavoro del Romanino è però la Loggia del cortile dei Leoni e il lungo seguito di personaggi storici, mitologici o simbolici (suggestivo lo Scacciaimportuni, armato di un bastone, o il buffone triste Paolo Alemanno) e scene sparse su scale, pianerottoli, anditi. Sul ciclo del Magno Palazzo non posso soffermarmi compiutamente in questa sede e rimando alla precisa sezione di apparati che appare in catalogo, dedicati in toto a Trento e curati rispettivamente dal sopra menzionato Ezio Chini, per quanto riguarda il cantiere del Castello, da Francesca de Gramatica per quanto concerne la tematica profana, da Lia Camerlengo in relazione ai temi mitologici e alle fonti da cui attinse l'impresa pittorica.

Quest'ultimo capitolo indaga compiutamente il rapporto del ciclo romaniniano con la sua fonte principale, la narrazione ovidiana, tra allegorie cosmologiche e molteplici riferimenti di natura eterogenea, analizzando il suo risultato del tutto originale, che attinge a testi moraleggianti (il Liber di Alciati) e a libri divulgativi di emblemi, al Filarete ma anche alla letteratura paradigmatica di Valerio Massimo, rileggendo in chiave antiretorica i modelli classici.

Dal saggio dedicato alla tecnica del Romanino – curato da Vincenzo Gheroldi - emerge una rapidità di esecuzione che non teme le grandi superfici, un amore per l'improvvisazione direttamente sull'intonaco, senza riferimento ai disegni che pure il pittore aveva preparato. La fama della rapidità di esecuzione viene ricondotta anche al fatto che per portare a termine il ciclo del Magno Palazzo, di circa 800 metri quadri, dalla primavera del 1531 all'autunno del 1532, il Romanino lavorò senza aiuti. Qualche volta però il pittore commetteva errori tecnici. Ciò emergerebbe dai restauri in quanto a volte si evince che la "mistura gesso-colla della preparazione era troppo spessa e pertanto i pigmenti non hanno aderito perfettamente al supporto" causando numerose cadute di colore.

I restauri al Buonconsiglio hanno dimostrato che l'intonaco è stato steso in modo perfetto da buon fresco, ma il Romanino, a causa dei tempi brevissimi imposti dal principe, dipinse su una larga base di affresco, "utilizzando poi varie tecniche: latte ed acqua di calce, tempera all'uovo, tempera a colla", e operando numerosi ritocchi a tempera e dorature. Quindi con grande rapidità “dipingeva il grosso” (per una lunetta della loggia, circa tre metri quadri di pittura, di solito gli bastava una "giornata") e si concentrava in seguito "su alcuni particolari con una cura meticolosa".

Secondo Nova il Romanino concluse se non tutta gran parte della volta in due mesi: incideva direttamente sull'intonaco le linee generali della composizione che poi non esitava a modificare in corpo d'opera. E così si comportava con i disegni preparatori.

Lo stesso procedimento è emerso anche dai restauri approntati ai cicli bresciani del pittore (per esempio per la decorazione della Biblioteca di S.Eufemia) soprattutto in relazione al partito pittorico sul quale aveva lavorato il genero Lattanzio Gambara, che si approcciava alla parete intonacata in modo del tutto diverso dal suo maestro.
In coda al catalogo si possono reperire infine una biografia romaniniana, il succitato preciso regesto documentario curato dalla Buganza e dalla Passoni, mentre completa il volume una bibliografia aggiornata, utile compendio per chi volesse accingersi oggi in modo sempre più approfondito allo studio del pittore bresciano.

Vera Bugatti
19 ago 2006


Indice

Francesco Frangi
Per un percorso di Romanino, oggi

Alessandro Nova
Centro, periferia, provincia: Tiziano e Romanino

Stefania Buganza
Romanino tra Zenale e Bramantino: l'incontro con la cultura artistica milanese

Ezio Chini
“...haver servito un principe non immemore de li servicii tuoi”. Girolamo Romanino a Trento

Francesca de Gramatica
Un “pazzo piacevole”, i “gran progenitori” e le giovani bagnanti: note sulla pittura profana di Romanino al Buonconsiglio

Lia Camerlengo
La loggia del principe. Temi mitologici negli affreschi di Romanino a Trento, fonti e motivi. Gli ambienti affrescati

Alessandro Nova
L'opera grafica di Girolamo Romanino

Ezio Chini
Il committente Bernardo Cles, un principe vescovo fra l'Italia e l'Impero

Vincenzo Gheroldi
Romanino “bonissimo pratico”. Forme di ricezione e tecniche di pittura murale

Stefania Buganza
Biografia di Girolamo Romanino (Brescia, 1484/1487-1560)

Stefania Buganza, Maria Cristina Passoni
Regesto e cronologia

Bibliografia
a cura di Carmen Calovi, Salvatore Ferrari

 


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