Le metamorfosi del ritratto,
a cura di Renzo Zorzi
Firenze, Leo S. Olschki, 2002 ("Civiltà veneziana", Saggi, n. 43), pp. X+346, ill. b/n, € 38,00.

 

Il volume, esito editoriale di uno dei "Corsi di Alta Cultura" della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, raccoglie note critiche di diversa estrazione disciplinare, muovendosi essenzialmente tra il polo storico artistico e quello storico letterario, ed offrendo variazioni sul tema che attraversano i domini dell'antropologia, della storia sociale e della psicologia.

Difficile dar conto analiticamente di una miscellanea in cui si raccolgono ritratti raccontati, posti sotto il controllo della scrittura e soprattutto visti, e dove si ratifica la necessaria polifonia della ricerca su un argomento tanto complesso.

Ciò che emerge, ad ogni modo, è un panorama di alto livello, non sistematico naturalmente, in rapporto alla questione ritratto: una questione che, lungi dall'esaurire le pratiche interpretative, evidenzia gli spazi in cui si dà ancora la necessità d'indagine, degli interrogativi, e che non ammette nella sostanza una composizione definitiva della dialettica tra prospettive critiche di matrice differente.

Neppure a dirlo: risulterebbe impossibile oltre che noioso alla lettura compilare una sorta di verbale degli interventi, che del resto esplicitano, suggerendoli fin dal titolo, i propri percorsi.

Si sceglie allora, piuttosto, di enunciare solo alcuni dei problemi che le pagine proposte suggeriscono all'apparato epistemologico degli studi sulla ritrattistica, in ordine a quella che potremmo definire, parafrasando Edouard Pommier (Théories du portrait. De la Renaissance aux Lumières, Paris 1998), una teoria critica del ritratto. È possibile, pertanto, raggruppare all'interno di determinati spazi tematici i nodi principali dell'attuale panorama di approcci, segnalando alcune minime linee di sviluppo.

Tra le emergenze evidenti si pongono, senza dubbio, le ricerche sulle invarianti strutturali del genere artistico e delle sue componenti antropologiche, che fanno da contrappunto alle indagini sulla dimensione morfologica delle metamorfosi cui si richiama il titolo del libro (trasformazioni verificabili facilmente sul piano diacronico).

In questa prospettiva, la decifrazione del ritratto si innesta anzitutto sul problema dell'ermeneutica del volto quale luogo in cui si condensa e trova sintesi epifanica l'essere, secondo la formula fortunata di Emmanuel Lévinas, generando una densità percettiva difficilmente gestibile all'interno dell'ordine del discorso.

Lo statuto operativo della ritrattistica si colloca, dal punto di vista della teoria e della prassi rappresentativa, in equilibrio tra l'idea della presunta trasparenza delle passioni che si proiettano sul viso e l'opacità della maschera elaborata nel gioco della simulazione sociale, come peraltro ha contribuito a chiarire di recente Patrizia Magli (Il volto e l'anima. Fisionomica e passioni, Milano 1995).

Nella trama dei testi trova uno spazio discreto la discussione di quella serie di elementi che pertengono la sfera della ricezione, della sua estetica (nel senso etimologico) e dei riflessi psicologici che si attivano nella relazione critica tra soggetto e oggetto dello sguardo. È Jean Clair, in particolare, a gettare le reti della sua indagine su tali questioni, in modo senz'altro assai suggestivo; tuttavia la nebulosità del suo linguaggio oracolare rende irrisolte alcune dissonanze argomentative.

Il suo percorso critico, ad ogni modo, intercetta il mistero del potere magico simbolico dello sguardo dell'altro e ragiona sul carattere "aggressivo" dell'atto di guardare direttamente negli occhi (p. 6), modulando implicitamente taluni riflessi del problema filosofico già declinato da Jean-Luc Nancy (Il ritratto e il suo sguardo [2000], Milano 2002).

Legata intimamente alla traccia concettuale dello sguardo si pone poi l'inevitabile riflessione sul perturbante e vertiginoso tema del "vedersi vedersi" e della (auto) rappresentazione dell'identità. L'analisi delle modalità attraverso le quali il soggetto prende coscienza (visiva) di sé è nodo critico assai frequentato nella cultura novecentesca, e basti in proposito l'esempio del continuo confronto con il tema nell'opera di Paul Valéry (V. Magrelli, Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell'opera di Paul Valéry, Torino 2002).

Si riconosce agevolmente quindi, all'interno della struttura del libro, la notevole importanza attribuita alla fisiognomica, che ne testimonia la centralità all'interno del dibattito recente sul ritratto. La proliferazione dei riferimenti a tale pseudo scienza richiede quantomeno di essere discussa, se non problematizzata dialetticamente in rapporto alle pratiche interpretative correnti.

Gli interventi di Carlo Carena sulla fisiognomica antica, di Marian Hobson sui suoi sviluppi tra Settecento e Ottocento, di Delia Frigessi sulle derive lombrosiane, ne documentano rigorosamente l'evoluzione e il carattere sperimentale di conoscenza posta sul limite tra visibile e invisibile.

Ciò che rimane tuttavia latente (se non del tutto assente) risulta una riflessione sistematica sulle funzioni del sapere prodotto dalle ricerche sulla fisiognomica nell'ambito della struttura epistemologica della storia dell'arte. In altre parole, non si coglie con sufficiente chiarezza la perimetrazione del suo spazio all'interno del bagaglio conoscitivo della disciplina.

Il problema naturalmente è complesso e reclama una definizione. Trova inoltre un interessante complemento negli studi sulla maîtrise de soi, ben esemplata, nel volume, dall'intervento di Claudine Haroche, che rileva il rapporto tra ritratto pittorico, immagine di sé e ideologia del controllo della gestualità del corpo e della disciplina delle espressioni del viso, da cui discende la possibilità di istituire una "grammatica dei volti".

Il riferimento al sistema della continenza e della cosiddetta "economia psichica", come chiave ermeneutica vincente soprattutto nell'ambito della ritrattistica "cortese", viene posto tuttavia in seria discussione dalle testimonianze raccolte da Gino Benzoni intorno al "ritratto di penna" degli ambasciatori veneziani.

Lo studioso documenta infatti che, per quanto solida fosse la struttura formale del controllo, essa vacillava di fronte ai resoconti ideologicamente orientati dei legati della Serenissima. Per quanti sforzi i protagonisti della politica internazionale potessero fare nell'elaborazione "sociale" del proprio corpo, essi si frantumavano nella scrittura degli ambasciatori, inclini a descrivere l'effigie altrui secondo i propri preconcetti.

Fattore quest'ultimo che dovrebbe, per analogia, mettere sull'avviso anche la storia dell'arte, spesso indulgente nel preordinare i propri meccanismi di decifrazione dell'espressione e nell'accogliere letture di ritratti in cui, per esempio, la personalità del personaggio messo in figura si (ri)costruisce preventivamente in base ai dati d'archivio e poi la si ritrova (immancabilmente) nella lettura del volto.

Un meccanismo individuato con notevole lucidità da Harry Berger Jr (Fictions of the Pose. Rembrandt Against the Italian Renaissance, Stanford 2000, p. 109. Si veda la recensione in questa stessa sede), al quale volentieri si rimanda per la ricognizione di un paradigma diverso e apertamente dialettico rispetto a molti degli studi presenti in Metamorfosi del ritratto.

Un capitolo a parte costituisce infine la sezione del libro dedicata alla ritrattistica veneziana, che aggiunge alla infinita biblioteca sull'argomento tre importanti prospettive. L'inquietante episodio occorso all'effigie dipinta di Marin Falier in Palazzo Ducale, sia pure declinato nei suoi riverberi ottocenteschi tra Byron e Hayez, è ripercorso da Giandomenico Romanelli, che ne traccia un capitolo nella storia della ricezione.

W. R. Rearick opera una ricognizione sistematica quanto erudita sull'autoritratto veneziano tra 1450 e 1600, tra Mantegna e Palma il Giovane, ricca di note filologiche sebbene non aggiornatissima dal punto di vista bibliografico. Lo studio offre senza dubbio un considerevole patrimonio di informazioni, il cui vaglio analitico certo meriterebbe trattazione più estesa, ma l'impianto complessivo rimane piuttosto tradizionale, sbilanciato sul piano interpretativo verso una cornice iconologica dai confini non sempre limpidi.

Si è già fatto inoltre riferimento al saggio di Gino Benzoni sugli ambasciatori veneti "ritrattisti". Attraverso il quadro degli altri "fatto con le parole" Venezia disvela i tratti della propria politica, "e per tal verso" - dice Benzoni - "la pinacoteca degli altrui ritratti si risolve in una sorta di potenziale continuato autoritratto" (p. 95).

Ma la sottile operazione del ritrarre con la penna secondo i canoni della pittura, oltre a focalizzare le liaisons dangereuses tra ritratto e ideologia, sollecita, dall'ennesima angolazione possibile, la riflessione sulle relazioni "inesauribili" tra parola e immagine, tra racconto e simultaneità, consentendo di elaborare la discussione in termini pragmaticamente storici.

L'antologia saggistica si trasferisce ancora, transitando nelle regioni della letteratura, della poesia e della fotografia, del ritratto nel mondo musulmano e dell'arte contemporanea: ma i temi di fondo nella sostanza non cambiano.

Si capisce, dunque, che una almeno delle direttrici del gioco intellettuale del/sul ritratto si articola fondamentalmente nella dialettica tra naturalismo e convenzionalismo, tra la somiglianza e la maschera, cui corrispondono sul piano del discorso storico, la fiducia nella trasparenza mimetica della pittura opposta alla consapevolezza della continua finzione dissimulatrice del ritratto come riduzione della realtà (al fine di renderla convenzionalmente intellegibile e disponibile).

Francesco Sorce
(09 mar 2003)

 


Indice

Jean Clair
Occhio per occhio, dente per dente, tratto per tratto

Carlo Carena
Uomini e animali nella fisiognomica antica

Enrico Castelnuovo
«Propter quid imagines faciei faciunt». Aspetti del ritratto pittorico nel Trecento

Giandomenico Romanelli
Il ritratto assente: Marin Falier a Palazzo Ducale

Carlo Bertelli
Il ritratto nell'opera di Piero della Francesca

Gino Benzoni
Ritrarre con la penna, ossia gli ambasciatori veneti ritrattisti

Claudine Haroche
Les usages de l'impassibilité et de la maîtrise de soi dans la domination politique

Alfonso E. Perez Sanchez
Los  retratos de Velázquez

Francis Haskell
Come si costruisce un re: Carlo I d'Inghilterra e i suoi ritrattisti

W. R. Rearick
The Venetian Selfportrait. 1450-1600

Ernst J. Grube
Il ritratto nel mondo musulmano

Marian Hobson
La physionomie: le portrait d'un exemple

Lea Ritter Santini
Gli occhi del ritratto

Victor Brombert
Dostoïevski: portrait de l'homme à paradoxes

Delia Frigessi
Ritratti antropologici

Sergio Perosa
Il ritratto che uccide (da Poe a Wilde)

Paolo Costantini
«L'éternel du transitoire»: ritratto dell'artista da (giovane) fotografo. Steichen a Parigi, 1900-1902

Paolo Fossati
Carlo Carrà, Gentiluomo ubriaco, I916. Un ritratto del XX secolo

Giovanni Raboni
Proust contro Proust


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