Andrea Mantegna e l’incisione italiana del Rinascimento nelle collezioni dei Musei Civici di Pavia,
catalogo della mostra (Pavia, Castello Visconteo, 15 novembre 2003 - 15 gennaio 2004), a cura di Saverio Lomartire, Milano, Mondadori Electa, 2003, pp. 125, 64 ill., € 35,00.

 

 

Il catalogo in esame si colloca sui margini di una mostra che prende le mosse da un interessante progetto di ordinamento, analisi e valorizzazione della raccolta di stampe dei Musei Civici di Pavia, da attuarsi, secondo le intenzioni dei curatori, con cadenza espositiva biennale.

Il nucleo della collezione, derivante dal patrimonio del marchese Luigi Malaspina di Sannazzaro (1754-1835), costituisce un fondo sufficientemente ampio da documentare le principali vicende della grafica italiana nel periodo compreso tra la seconda metà del XV secolo e l’inizio del successivo, per le quali, nella circostanza, si assume come polo di riferimento la produzione incisoria di Mantegna.

La prospettiva adottata si inscrive deliberatamente nell'orizzonte degli studi che di recente hanno animato il dibattito sulla componente grafica del catalogo mantegnesco e sul ruolo svolto dalle stampe nella diffusione della cultura visiva nel tessuto artistico norditaliano.

La mostra di Pavia ripropone dunque, grazie ad un catalogo rigoroso, ancorché privo di novità essenziali, tutte le questioni nodali emerse nel dibattito degli ultimi tempi: dalla problematica circoscrizione quantitativa e qualitativa degli interventi diretti del maestro padovano sulle lastre di rame, alla nebulosa di riverberi delle sue invenzioni, che per un certo periodo contribuirono a connotare buona parte dell'enciclopedia formale e iconografica del contesto padano.

Questo secondo punto in particolare, ormai solidamente assestato nella letteratura specialistica, viene delineato con buona dovizia di esempi, costituendo l'opportunità di nuovi o rinnovati confronti tra ambiti e artisti anche piuttosto distanti (Giulio Campagnola e Jacopo Francia, ad esempio), ma accomunati da un interesse per il paradigma mantegnesco declinato secondo modalità e livelli di attenzione differenti.

Viene tracciata pertanto una mappatura delle influenze stilistiche e tematiche della produzione uscita dalla bottega del maestro padovano, attraversando, sia pure per illuminazioni rapsodiche, l'opera di Marcantonio Raimondi, Giulio e Domenico Campagnola, il Maestro I. B. e l’uccello, Nicoletto da Modena, tra gli altri.

Sempre nei confini del cosmo di circolazione delle invenzioni di Mantegna, Maria Grazia Albertini Ottolenghi interviene a definirne alcuni interessanti itinerari all’interno della produzione artistica padana.

Attraverso una ricognizione estesa sebbene non sistematica nell'ambito di immagini di devozione privata circolanti un tempo fra Verona, Padova e l’Emilia, la studiosa censisce una serie di derivazioni soprattutto di carattere iconografico dalle opere a stampa del maestro (in particolare dalla Deposizione "orizzontale"), ricostruendone la fortuna in una cornice di storia della ricezione. Il fenomeno dell'influenza mantegnesca, peraltro, non si esaurisce nella pittura e nel bulino, come viene sottolineato, ma investe anche gli apparati ornamentali delle maioliche, che testimoniano la capillarità della diffusione dello "stile" dell'artista.

Albertini Ottolenghi descrive altresì, con grande chiarezza, le funzioni dell’incisione nel quadro del sistema produttivo realizzato da Mantegna stesso, mettendo a fuoco gli aspetti di carattere economico e quelli più squisitamente artistici, legati all'importanza delle stampe come repertori e strumenti di lavoro e aggiornamento per i "professionisti" del settore visivo.

L'introduzione al catalogo e le schede delle opere, a cura di Vera Segre, forniscono un solido apparato di dati filologici e di analisi iconografica, registrando per tempo, tra l'altro, le novità importanti apportate dal contributo recente di Andrea Canova, che ha reso noto il contratto con cui nel 1475 Mantegna lega a sé l’orafo Gian Marco Cavalli per incidere su rame le proprie invenzioni.

In rapporto ai dintorni della produzione del maestro l'esposizione raccoglie alcune suggestioni e proposte avanzate in occasione della mostra di Londra e New York del 1992 (Andrea Mantegna, a cura di J. Martineau, Milano 1992), da Suzanne Boorsch e David Landau.

Vengono accuratamente prese in esame, dunque, le dibattute questioni relative all’attività di Giovanni Antonio da Brescia e di Zoan Andrea, e si accoglie, con una certa cautela, l’ipotesi della Boorsch di ascrivere al catalogo giovanile di Giulio Campagnola due esemplari tratti dalla serie dei Trionfi (Gli elefanti, cat. 7 e 8, pp. 90-91).

Corre tuttavia l'obbligo di ricordare, in proposito, come l’attribuzione sia già stata discussa, nell’ambito della grande mostra veneziana del 1999 (Il Rinascimento a Venezia e la pittura del Nord, a cura di B. Aikema e B. L. Brown, Milano 1999, p. 251) da Manfred Sellink, che la giudica ragionevolmente "una mera congettura", per via della fragilità della testimonianza di Pomponio Gaurico (De sculptura, 1504) secondo il quale Giulio da giovane aveva realizzato copie dei Trionfi.

Di un certo interesse inoltre la presentazione al pubblico, con attribuzione a Mocetto, del noto foglio con la Metamorfosi di Amymone, già esposto lo scorso anno nella mostra di Maastricht e Bruges accanto al disegno di matrice mantegnesca (G. J. Van Der Sman, "La métamorphose d'Amymoné", in Le siècle de Titien. Gravures vénitiennes de la Renaissance, (Maastricht 2002-2003 -Bruges 2003), a cura di G. J. Van Der Sman, Zwolle, 2003, pp. 50-51).

L’esposizione, giovandosi del cospicuo fondo Malaspina, rende altresì agevole il confronto tra la grafica padana e quella fiorentina, ben rappresentata da alcune delle opere capitali della produzione quattrocentesca, come il Combattimento di nudi di Pollaiolo, la serie dei Pianeti da tempo attribuiti a Baccio Baldini, alcuni Profeti e Sibille di Francesco Rosselli, quali esempi della cosiddetta "maniera larga".

Tra le opere problematiche sono presentate all'attenzione degli studiosi anche tre stampe qualitativamente notevoli del monogrammista HFE, la cui identificazione, non ancora risolta, oscilla tra Girolamo Marchesi da Cotignola (Faietti, Agosti, Dillon) e Girolamo da Treviso (De Marchi).

Ai margini della splendida antologia di stampe - la rarità di alcuni esemplari della quale offre l’opportunità di un giudizio meditato in rapporto agli stati di talune immagini - si presenta infine il restauro di un dipinto anonimo di chiara ascendenza mantegnesca, facente parte della collezione dei Musei Civici.

(Francesco Sorce
15 dic 2003)


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