Leonardo e Pico. Analogie, contatti, confronti,
Atti del convegno (Mirandola, 10 maggio 2003), a cura di Fabio Frosini,
Firenze, Olschki, 2005 ("Studi Pichiani", vol. 9), pp. 222, 6 tavv. f. t., € 24,00


Il Centro Internazionale di Cultura "Giovanni Pico della Mirandola" ha pubblicato nel 2005 tre volumi dedicati ad approfondire aspetti inediti della famiglia Pico.

Il primo - Pichiana. El duque de la Mirandola. Francesco Maria Pico alla corte di Madrid (1715-1747) - edito nella collana Olschki "Studi pichiani”, si occupa dell’esilio in terra iberica dell'ultimo duca di Mirandola, Francesco Maria, accusato di fellonia dall'Imperatore.

Il secondo - Pichiana. Bibliografia delle edizioni e degli studi – tratta della diffusione degli scritti pichiani in Italia e all’estero, e propone la catalogazione ampia e dettagliata delle edizioni a stampa delle opere di Giovanni Pico e del nipote Giovanni Francesco, a partire dalla ‘editio princeps’ bolognese del 1496 fino al 2005.

Il volume Leonardo e Pico. Analogie, contatti, confronti riunisce invece gli atti del Convegno, tenuto nel 2003 presso il Teatro Nuovo di Mirandola, e organizzato dal Centro Internazionale di Cultura “Giovanni Pico della Mirandola”, con il patrocinio della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Modena e del Comune di Mirandola.

La giornata di studi ha tentando di sondare, attraverso contributi disomogenei fra loro – e questo è un merito all’impresa - analogie e contatti fra Leonardo da Vinci e Pico della Mirandola, confrontando le due eminenti figure da diversi punti di vista: dal rapporto con l’astrologia a quello con le grandi metafore della tradizione filosofica; dal problema dell’umanesimo al comune contatto con la cultura ebraica, presente e passata; ma anche la relazione dei due grandi pensatori con le arti figurative e, più in generale, con i materiali simbolici a esse legati, come il problema del sapere scientifico e del suo statuto.
Nessuno studio su Leonardo nel giro degli ultimi due secoli ha mai toccato il problema di un possibile rapporto tra il poliedrico artista di Vinci e il grande filosofo di Mirandola. Non che siano mancati, in passato, importanti contributi capaci di produrre i materiali per istituire paragoni possibili (basti pensare a due personalità molto diverse come Cassirer e Garin), e d’altra parte la consapevolezza delle differenze va costantemente tenuta viva. 

L’accostamento che l’entourage di Mirandola si è proposto diventa così possibile anche grazie agli straordinari sviluppi che negli ultimi decenni i filoni di ricerca vinciano e pichiano hanno conosciuto, nelle rispettive specificità. Sono stati infatti progressivamente demoliti gli stereotipi del Leonardo sperimentatore ed empirico puro, ovvero precursore di ogni successiva disciplina scientifica e del Pico neoplatonico e cabalista, puro filosofo. Allo stesso modo la critica ha evidenziato al contrario le sorprendenti analogie di queste due personalità sensibili alle novità culturali come al peso della tradizione, consapevolmente collocate su di un crocevia epistemologico  decisivo per i secoli a venire.

Nonostante infatti Leonardo e Giovanni Pico della Mirandola fossero dei contemporanei, diversi per formazione e sensibilità,i rispettivi itinerari li condussero negli stessi luoghi (Firenze, Roma, la Francia), anche se in momenti differenti, e comunque tangenti furono le cerchie frequentate (la cerchia medicea, alcuni intellettuali della corte sforzesca, Ermolao Barbaro, corrispondente di Pico e legato veneto presso Ludovico il Moro al tempo del soggiorno milanese di Leonardo.)
Tuttavia, e malgrado le rilevanti diversità nelle rispettive fisionomie culturali  - come quelle, anche troppo evidenti, tra un artista-scienziato “sanza lettere”, e un raffinato filosofo ed esegeta di testi latini, greci ed ebraici - sono chiaramente riscontrabili alcuni tratti che permettono di istituire un fecondo confronto, un accostamento non estrinseco, ma basato sui modi (come ribadisce il coordinatore del Convegno) rispettivi in cui si è configurato l’intervento di questi due intellettuali nella vita culturale che, seppur in modi diversi, contribuirono ad orientare.

Il volume edito da Olschki è di conseguenza costituito dalla raccolta di importanti contributi capaci di apportare da una parte materiali per istituire paragoni e d’altra parte la consapevolezza dei punti di divergenza tra le due personalità a confronto. Si sono proposti quindi diversi piani attraverso i quali può essere declinato il confronto tra Leonardo e Pico: il rapporto con l’astrologia, il rimando alle grandi metafore della tradizione filosofica, il problema dell’umanesimo, il comune contatto con la cultura ebraica presente e passata, il rapporto con le arti figurative e con i materiali simbolici legati ad esse, come il problema del sapere scientifico e del suo statuto.

Fabio Frosini spiega che l’intento del Convegno è quello di partire dal contrasto tra i due per rendere meno frustrante, meno tautologica, la complessità e pluralità dei piani d’approccio come l’attendibilità del tema.

Il gruppo di lavoro ha stabilito di focalizzare due distinti ma correlati piani della ricerca: quello delle questioni minute e minime, filologicamente indagabili con estrema sottigliezza, e quello del grande affresco culturale, da affrontare con ampio respiro grazie allo strumentario della storia delle idee.

Solo da questo duplice punto di vista infatti è possibile estrarre elementi di riflessione per un confronto che non avrebbe potuto ricorrere a rapporti diretti, affinità palesi, debiti o filiazioni incontrovertibili. Unica traccia sicura del rapporto è la frase “el Pico ne diè le opinioni”, che si trova in un tardo manoscritto leonardesco (Manoscritto G, a chiosa di un’osservazione sulla luna e sulla prospettiva dei riflessi, f. 20r. 1510-1511). D’altra parte si possono analizzare le considerazioni sulla memoria e sul rapporto tra quest’ultima e l’ingegno, il dibattito storico sulle forme e il senso della cultura che accomunò e divise i due pensatori.

Il volume si apre con la prolusione di Carlo Pedretti, coordinatore scientifico del Convegno, che rimanda la prolusione di Gombrich al convegno pichiano del 1994, per la quale se si accetta che “Leonardo, non meno del Pico, trascendeva l’atteggiamento rinascimentale”, si dovrebbe ammettere che “non esiste nessun altro legame” tra i due.

Questo è il reale punto di partenza del Convegno, che si propone di approdare, attraverso diversi passaggi, a tutt’altra conclusione. È impensabile, sostiene Pedretti, che Leonardo non abbia conosciuto la vicenda che ruotò attorno alle novecento tesi di Giovanni Pico della Mirandola, al valore di queste come sintesi mirabile di ogni corrente filosofica antica e del pensiero scolastico, e all’implicita eresia che attribuiva al demiurgo la creazione di altri mondi della vita umana.
D’altra parte l’insistenza leonardesca sul tema degli specchiamenti nell’acqua, e il rimando alla simbologia del tema neoplatonico di Narciso, si ritrovano nel Primandro di Ermete Trismegisto – ammirato dal Pico - quando si allude a un procedimento analogo per la creazione dell’uomo, spiegandone l’essenza divina. Inoltre fra i corrispondenti milanesi del Pico non potevano mancare persone più o meni vicine a Leonardo, come per esempio Ermolao Barbaro, e sarebbe utile raccogliere indizi su come Leonardo avrebbe potuto considerare il giovane filosofo al culmine della fama, attraverso la scansione di manoscritti vinciani datati tra il 1487 e il 1490.

Stéphane Toussaint ha riflettuto sulla mors immortalis e sull’intreccio dei contrari, armonia e caos, come terreno di un possibile confronto ad ampio raggio tra Leonardo e la cerchia dei neoplatonici fiorentini, Pico compreso. 
Dopo avere riferito alla continuità ritmica sotto la diversità formale, rimanda all’attrazione che Leonardo provò per le trasmutazioni immediate della vita in morte e della morte in vita, al fascino per l’antitesi nascosta sotto la forma, e alla circolarità organica che pervade indiscutibilmente tutta la sua opera.

Con la ciclicità della “morte immortale”, contraltare dei temi del “nutrimenti” e della riproduzione, la proporzionalità tra individuo, tipo e cosmo, cede il posto nella concezione vinciana a una legge periodica perentoria. Il flusso universale può essere infatti arginato dai due contenitori estetico-razionali della simultaneità e della periodicità, che lo sforzo vinciano (di uno dei fogli di Windsor per esempio) di coerenza tenta di carpire, probabilmente con la complicità del caos.

L’identità degli opposti, che ha un rimando ad Eraclito (come al De coelo aristotelico. Tra l’altro  un passo del De mundo latino racchiude un’autentica “pittura dei contrari” posta sotto la paternità di Eraclito) per la “circolarità degli elementi e dei viventi”, si arricchisce con Leonardo di continua metamorfosi, anche in relazione al Ficino medico e ai pensatori influenzati dalla scuola galenica. La natura del corpo finisce per assomigliare a un “perennis fluxus” che reca con sé nelle “mutationi” il principio disarmonico della morte, l’intimo dissenso dei contrari. 

Dai tempi di Chastel e Gombrich si è fatta chiarezza sui legami, espliciti ed impliciti, tra Eraclito, Leonardo, Bramante, e Ficino, in relazione al tema della “tristezza piangente di Eraclito”, che in questa sede va a concordare con il “tutto scorre” grazie all’elemento delle “lacrime”, che unifica in Leonardo tradizione scolastica latina e umanistica volgare.

Chiave di volta dell’impianto di Toussant è il “conciliare pugnantia” degli elementi che si armonizzano fra loro in una perenne fluttuante instabilità, che si ritrova nei “filosofi dei contrari”: Leonardo, Ficino, e Pico, gravitante anch’egli attorno a quella culla del platonismo che fu la cerchia fiorentina del Magnifico.

La concordia disarmonica si ritrova per esempio nel XXV sonetto del Pico, perfettamente in sintonia non solo con la poetica laurenziana ma anche con la “disfazione” vinciana, anche se per ragioni diverse, quintessenziali per Leonardo, filosofiche e mistiche per il mirandolano. Anello di congiunzione tra i due (come per la cerchia neoplatonica di Lorenzo) resta l’oprar tu déi della vita filosofica di fronte al fantasma del nulla.

Nel Commento sopra una canzone d’amore di G.Benivieni del Pico come nel De amore (che Leonardo avrebbe potuto leggere nella traduzione volgare – che riportava “el mondo essere caos di forme dipinto” del Ficino si rafforza una “poetica del caos” che a Firenze era presente fin dal Medioevo e che nel toscano volgare rientrava nella prassi della lingua vissuta.
Cardine dell’analogia praticabile fra “componimento inculto” leonardesco e platonismo fiorentino – Pico compreso - è proprio quella morfogenesi platonica, abbastanza profonda da fecondare il campo semantico della visione, finché il caos pittorico diventa specchio del caos filosofico.

Gabriella Ferri Piccaluga, muovendosi tra iconologia e storia del pensiero, ha mirato a far emergere i contatti con l’ambiente ebraico, che in modo sorprendente accomunano i due. Esordisce considerando l’Heptaplus del Pico, dedicato alla creazione del mondo, secondo cui “tutto ciò che è nella totalità dei mondi è anche in ciascuno”, e collegando questo pensiero alle sollecitazioni d’animo leonardesche, sulla scorta dei celebri “misteri pagani” di Edgar Wind. L’anello di congiunzione tra i due sarebbe quel “matematismo” che avvicinerebbe la concezione cosmica su base numerica del Pico – elaborata da fonti cabbalistiche grazie alla sostituzione delle lettere dell’alfabeto ebraico con i numeri – e la “scienza” di Leonardo, come quella di Luca Pacioli, per cui il razionalismo numerico è applicabile a tutte le discipline.

La Piccaluga prosegue considerando l’interesse pichiano e vinciano per pensiero filosofico greco del V sec. e in particolar modo per Anassagora, che entrambi citano nel concetto per cui “ciò che è nelli elementi è fatto da essi elementi”. Più interessante il rimando successivo al tema dell’acqua, centrale nella speculazione di Leonardo, negli scritti di Pico, come nella narrazione della Genesi. Entrambi possedevano la Bibbia nella versione dei “Settanta”, cioè quella giudeo-greca che risale al  II secolo a.c. e che fu voluta da Tolomeo Filadelfo, fondatore della Biblioteca alessandrina. L’autrice riferisce poi a un manoscritto - conservato alla Trivulziana di Milano – contenente, a margine dell’Asino d’oro di Apuleio, la digressione di un umanista della comunità ebraica milanese (o lombarda, verosimilmente sefardita) il quale accenna a “lo astuto e sagace pictore Vinchij”. A Leonardo il possessore del manoscritto (Avrahaam, come si legge in calce al testo) attribuisce la paternità di una violenta immagine, posta all’interno di un tempio, che doveva completare il monumento funerario di Gerolamo Squarciafico, editore criticato per aver pubblicato edizioni della vulgata basate sulla traduzione di san Gerolamo. Secondo la Piccaluga infatti, la prima commissione milanese di Leonardo, la Vergine delle Rocce, rifiutata dai committenti francescani, sarebbe un’interpretazione del pensiero teologico di Amedeo Mendes de Silva – ebreo convertito e autore dell’Apocalypsis Nova – secondo cui Maria si identifica con la “Sophia” gnostica. Lo stesso Leonardo possedeva tra i suoi libri un “Libro dell’Amadio”, che potrebbe essere proprio l’opera capitale del pensiero amadeita. Un ulteriore tassello del pensiero della Piccaluga è il tema della “creazione” - divina e artistica – già affrontato in “Grammatiche della creazione” di George Steiner – che unisce la pittura nella concezione leonardesca, “nipote d’essa natura e parente d’Iddio” con l’Heptaplus del mirandolano. Ultimo elemento d’analisi è il tema di sant’Anna, articolato – attraverso le diverse redazioni dei disegni vinciani - sul suo “trinubium”, sulle “vestigia pagane” (ancora di Wind) della trinità, sulle molteplici ripetizioni delle triadi nel nord Europa, e sulle tre fasi del “circolo dell’amore divino” del Pico. L’iconografia del Cartone di Londra per esempio potrebbe richiamare l’interpretazione esoterica della figura di Anna, madre di uno dei “due Gesù Bambini” che il Vangelo di Luca e quello di Matteo suggeriscono, indicandone due distinte genealogie, secondo una concezione che sopravviveva nella letteratura esoterico-spirituale a partire dal III sec. d.C.

Romano Nanni, Graziella Federici Vescovini, e Patrizia Castelli, hanno trattato l’argomento della critica all’astrologia e il rapporto con la magia da una parte, con le tematiche ottico-prospettiche dall’altra, tessendo una fitta rete di questioni che, orbitando intorno alle Disputationes adversus astrologiam divinatricem di Pico, possono essere relazionate con Leonardo.

Romano Nanni sostiene che un passo del Libro di pittura in cui Leonardo respingeva l’astrologia giudiziaria, distinguendola dall’astrologia matematica, appare contiguo se non debitore di una pagina iniziale delle Disputationes di Pico. Nanni ha esaminato partitamente, secondo uno schema evolutivo che però rende la frammentarietà dell’opera vinciana, tre passi di materia astrologica tratti dai manoscritti di Leonardo, rispettivamente: una pagina del Codice Trivulziano, della seconda metà degli anni ottanta del XVI secolo, un gruppo di testi del 1500-1510 circa, con a capo il Libro di pittura, e infine alcuni brani posteriori al 1508, soprattutto il Codice F.

Gli appunti del Trivulziano, nonostante si configurino per natura come esercizi lessicali, risultano essere una fedele estrapolazione dalla Theologia platonica del Ficino ma richiamano anche aspetti dell’inedita Disputatio e di altre opere ficiniane e di ambito neoplatonico – dove l’idea di astrologia è debole, non fatalista, garanzia della libertà di agire -  che circolavano al tempo sotto forma di trattatelli, opuscoli e lettere. Resta impregiudicata la questione delle uso da parte di Leonardo di queste fonti e la declinazione di alcuni concetti – come quello di “spiritus” - nei suoi elaborati.

In diversi passi del Paragone le nozioni di “astronomia” e “astrologia” appaiono come designazioni interscambiabili, dato che all’epoca le due accezioni erano ancora del tutto reciprocamente fungibili, ma ciò crea una situazione complessiva di ambivalenza terminologica. Però una premessa di questo tipo dona valore plastico ad un passaggio vinciano che contrappone “astrologia matematica” (l’astronomia) e “astrologia giudiciale”, distinzione che ha radici antiche ma che si configura apertamente proprio con le Disputationes del Pico, il quale mira a espungere la “scientia iudiciorum astrorum” dal novero della sapientia. Il Tractato contra li astrologi del Savonarola, pubblicato a Firenze nel 1497 forniva un adattamento delle Disputationes “per li uomini vulgari”, permettendo la diffusione di idee che circolavano tra i dotti ancor prima della pubblicazione postuma, e tra queste l’aristotelismo usato in funzione critica dell’astrologia. Le suggestioni contro l’astrologia “fallace” sono ricorrenti nella letteratura del tempo e non permettono di giustificare il debito di Leonardo nei confronti di Pico, come nei confronti del Savonarola, di Sebastian Brant di Giovanni Mainardi o di Luca Pacioli o per esempio verso la letteratura di reazione alle Disputationes stesse. Resta comunque la precisione “chirurgica” - affine al valore programmatico che assunse in Pico - con cui nel Paragone Leonardo contrappone le due discipline, con la potenzialità di una dicotomia nata dal discrimine tra vecchio e nuovo.

La persistenza degli effetti della polemica anti-astrologica si ricava poi dagli scritti vinciani posteriori al 1507, soprattutto dal Codice F, occupato in buona parte da riflessioni cosmologiche, che riprenderebbe l’impostazione critica delle Disputationes pichiane nella questione del rapporto tra cause universali e molteplicità/individualità dei fenomeni, tagliando fuori però il tassello delle “cause intermedie”.

Anche il tema della morte prematura del feto, per esempio, unisce Leonardo e Pico in quanto entrambi – nel corpus degli studi anatomici il primo, ancora nelle Disputationes il secondo - affermano l’inconsistenza delle teorie di pretesa potestà dei segni zodiacali sulle parti del corpo – ossia la melothesia – giungendo a conclusioni prive di qualsiasi implicazione di medicina astrologica.

Oppure ancora lo stesso Codice F, escludendo ogni possibilità di relazioni tra siti e cieli, respingendo l’armonia delle sfere, intendeva opporsi ai presupposti della magia naturale com maggiore perspicuità rispetto alle Disputationes del mirandolano, pur lasciando sorgere la questione del come conciliare questa teoria con quella dell’analogia tra macrocosmo e microcosmo, che pure opera visibilmente in Leonardo.

La Vescovini, prendendo in considerazione alcuni passi del Libro di pittura, tenta di chiarire quale fu la concezione leonardesca dell’astrologia, in seguito alle discussioni suscitate dall’intervento del Pico contro l’astrologia divinatrice. L’indagine considera alcune idee sottese a celebri frasi vinciane e tenta di ricondurle al contesto scientifico-dottrinale del tempo. In primis la Vescovini argomenta sull’enciclopedia delle scienze matematiche di Leonardo, per cui la pittura è madre della prospettiva che a sua volta genera l’astrologia, secondo un metodo di genealogia quasi fisica tra le discipline, opposto alla tradizionale concezione scolastica della “subalternazione” logica delle scienze. In secondo luogo tratta delle relazioni tra perspectiva e astrologia attraverso l’analisi di alcune opere manoscritte – le Questioni di prospettiva di Enrico di Langenstein, un De visione stellarum attribuito a Nicole Oresme, l’opera di Domenico da Chivasso e un anonimo commento del De visu di Euclide -  contenute in un codice miscellaneo della Biblioteca di San Marco a Firenze.   Infine tratta di un riferimento di Leonardo al Liber isagogicus di Alcabizio, tradotto in volgare da Francesco Sirigatti, e considerato il manuale divulgativo di astrologia più diffuso e commentato fin dal Medioevo. Il Sirigatti, astrologo alla corte di Leone X, nella sua redazione dell’opera di Guido Bonatti, in cui compaiono tutti gli autori arabi e le dottrine esecrate dal Pico, aveva emendato le invettive contro i teologi, dimostrando la sua ortodossia religiosa contro il Bonatti -  che aveva accettato la teoria congiunzionista di Albumasar, contraria alla fede cristiana - e di conseguenza contro il Pico, citato come “non doctus”.

Patrizia Castelli si è occupata (dopo una premessa che riferisce ai contributi della pionieristica storiografia del Rinascimento in relazione a Leonardo e ai due Pico) della critica all’astrologia da parte di tre personaggi: Leonardo, Giovanni e Gianfrancesco Pico.

Le loro posizioni di giudizio, basate su diversi parametri anche se fondate sull’idea comune della fallacia delle pratiche divinatorie, dimostrano un’avversione verso gli aspetti teorici come nei confronti delle piccole superstizioni quotidiane, che godevano invece di molto successo.

Leonardo avrebbe avversato tali pratiche non solo per questioni teoriche, ma anche a causa di alcuni fatti occorsi durante il suo soggiorno lombardo, come la vicenda del Varese, “bieco” astrologo del Moro, o la repressione della stregoneria. La critica vinciana contro le scienze occulte partiva dal rifiuto di tutto ciò che non può essere misurato e non ha “fondamenti scientifici”, mentre solo l’occhio può essere “il capo dell’astrologia”. Nei Fogli di anatomia preserva solamente quell’alchimia che può essere giustificata da un fondamento empirico, come può essere la realizzazione del vetro da parte dell’uomo. In questo senso, ed è interessante notarlo, Leonardo riporta l’alchimia all’originario statuto medievale per il quale era scissa dalle arti negromantiche, alle quali era stata congiunta dal Capitolo di Narbona del 1272.

L’attenzione vinciana verso il sapere quotidiano – testimoniata dai titoli della sua biblioteca -  più che verso questioni teoriche sulla divinazione, dimostrerebbe la sua intenzione di provare la fallacia dei giudizi predittori, che godevano di credenza diffusa, tanto che Leonardo adotta una metafora eloquente per indicare la negromanzia: uno stendardo mosso dal vento (che si nota anche nella Melanconia di Cranach...).

Giovanni Pico, anche se all’interno della sua Apologia aveva riferito al carattere naturale della magia, che intendeva come assoluta realizzazione della filosofia e parte pratica della scienza naturale, nelle Disputationes confutò la stessa nozione di magia naturale, pur indulgendo durante la sua vita ai miti della “teologia poetica”. Gli argomenti pratici testimoniano ancora una volta la tendenza alle interrogazioni, che coinvolgeva anche i congiunti del Pico stesso, ai quali sono legate previsioni errate. Giovanni però critica ampiamente l’atteggiamento di Guido Bonatti da Forlì – che risulta invece uno degli autori consultati da Leonardo – e l’inefficacia delle “elezioni”, citando Haly, traduttore di Tolomeo, e anche un contemporaneo come Francesco Sforza, che aveva tenuto gli astrologi lontano da sé.

Emerge poi, soprattuto dal pensiero espresso nel De rerum praenotione di Gianfrancesco Pico, uno scetticismo che demolisce le arti divinatorie scaturite dall’astrologia, che all’inizio del XVI secolo andavano diffondendosi su larga scala. Al nipote di Giovanni, che non tralascia di condannare la dottrina delle inclinazioni e difendere invece l’alchimia, spetta poi l’introduzione dell’idea del patto diabolico alla base delle pratiche magiche, nelle quali la presenza dei demoni compromette tutti i tipi di previsione. Gianfrancesco poi, nell’Examen vanitatis, avviava una critica sistematica ai paradigmi del pensiero filosofico.

In definitiva, pur condividendo l’obiettivo della critica, si stabiliscono posizioni assai diverse, aspetti diversificati della posizione scettica: al presunto agnosticismo vinciano, inteso come incessante ricerca empirica, si oppongono la posizione di Giovanni, che sentiva l’esigenza di un rinnovamento religioso e si affidava a sussidi filosofici per epurare il cristianesimo dalle “vane superstitioni”, e l’atteggiamento di Gianfrancesco, che si muoveva in una prospettiva fideistica in anticipo sulla Controriforma, difendendo solo la “vera previsione dei profeti”.

Frosini,  ha infine tentato di interrogarsi sulla praticabilità e i limiti di un confronto fra i due grandi alla luce di un rapporto – tutt’altro che pacifico – tra immagine e parola, tra retorica e filosofia, tra magia e comunicazione. Giovanni Pico aveva rifiutato, nella celebre lettera ad Ermolao Barbaro, l’autonoma potenza produttiva del linguaggio, contrapponendo la “filosofia” come ricerca della verità alla “oratoria” come convinzione attraverso l’inganno. Difendeva perciò la “barbara” tradizione aristotelica contro gli eccessi del purismo umanistico, proponendo una radicale divaricazione fra ‘verità’ e ‘parola’ e di conseguenza una filosofia ‘muta’ e ‘nuda’ per la quale il silenismo platonico diviene premessa all’eterna verità che ognuno conserva in sé stesso. Configura uno spazio esterno eppure interiorizzato, uno spazio del puro vedere nel quale, conclude il mirandolano, la filosofia “stat puncto insectili et individuo”, cioè – spiega Frosini - la filosofia trova nella forma, nella spiritualità della verità, la propria saldezza e la propria potenza.

Frosini individua poi un avvicinamento congiunturale  - nonostante la diversità dottrinale e d’intenti - tra “l’intellettualismo teologico” di Nicola Cusano e la sua traduzione “in termini metafisici” nella Lettera indirizzata al Barbaro, nella quale Pico definisce la filosofia come punto di vista assoluto in uno spazio unificato. La condanna dell’efficacia ‘magica’ della parola retorica – per cui la ‘vera’ magia è la magia divina - si affianca all’accettazione di una parola pronunciata che trae sempre la propria dignità da una Parola anteriore silenziosa e inpronunciata, secondo una modulazione sapiente della metaforica dei sensi che ha alla sua base un gioco costante tra assoluto e relativo. Quest’immagine di spazio universale, trasferita alla sfera antropologica, è in sintonia con il modello dell’uomo-microcosmo che ordina intorno a sé lo spazio contenendolo materialmente o formalmente, come Pico sostiene nello Heptaplus.  

Nella Oratio de hominis dignitate il topos della letteratura patristica per cui l’uomo è capace di degenerare nella bestialità o di sollevarsi a Dio viene ripreso e modificato: l’uomo non ha più questa potenzialità per volere della mens divina ma grazie alla sua esclusiva libera ‘volontà’, anche se in uno spazio ben definito – il “puro vedere” - delimitato a un “fare artigianale”: l’uomo-microcosmo assurge quasi a uomo-cosmo.

Nessuna ‘imago’ però potrà mai circoscrivere una natura che consiste nella “capacità di acquisirne liberamente una qualsiasi” e perciò l’uomo di Pico – che si dimostra ultraumanista - non è raffigurabile, è aristotelicamente uno zôon politikòn.

Leonardo invece argomenta il potere dell’immagine a partire dalla sua reale prossimità rispetto alla natura, della quale ripete la potenza produttiva. L’immagine però è opera della natura, cioè di a Dio, e si impone da sé, mentre la parola è opera dell’uomo, e contiene in sé la sua confutazione. La pittura-magia-religione vinciana svolge perciò la stessa funzione della filosofia-magia-religione pichiana, mentre si crea una dicotomia tra la ‘solitudine’ del pittore leonardesca e il ‘con-essere’ del poeta.

In definitiva Frosini sostiene che il programma scientifico vinciano, grosso modo tra il 1490 e il 1500, è dominato dall’idea – condivisa con Pico – di un “punto insecabile e indivisibile”, che però Leonardo pone – diversamente dal mirandolano – non nell’idea ma nella natura, che prende il nome di “spirito”, inscrivendosi in un itinerario progressivo di riformulazione della nozione di esperienza (e di conseguenza del pittore come “creatore di finzioni”).

Il volume è perciò ricco di indagini suggestive diverse tra loro, anche se in fondo necessariamente ognuna fa debito all’altra. In alcuni casi si tratta di spunti per ricerche programmatiche complete, ma certamente di studi che contribuiscono a sempre più corrette valutazioni critiche.

Interessante per esempio in Toussaint (debito agli studi della Societè Marsile Ficin) il riferimento al Ficino medico, autore di un consiglio sulla pestilenza, di un manuale di medicina per letterati, il De vita, collega autorevole di medici come Benivieni, che fu il primo a pubblicare un manuale di patologia illustrato dal ricordo delle proprie autopsie.

Suggestivo in Piccaluga il filo rosso che lega le due genealogie di Gesù Bambino dalle opere gnostiche ai testi zoroastriani, a san Tommaso, ai Rotoli del Mar Morto, fino all’occultismo rosacrociano e al pensiero di R. Steiner, che ricava dagli insegnamenti cabbalistici l’idea del doppio Adamo.

Arguta la specifica di Frosini per cui la consapevolezza del carattere strettamente ambiguo dell’esperienza e dell’esplicitazione visiva di tale ambiguità nella pittura vinciana della intorno alla fine del secolo, per cui l’immagine è riqualificata dalla parola, è diventata essa stessa intersoggettività.

Una prova ardua insomma quella del cenacolo di Mirandola, visti anche l’inquinamento critico provocato dall’abuso della metafisica ficiniana – quasi  Leonardo fosse o tutto platonico o tutto antiplatonico – e la difficoltà di ‘calibro’ delle fonti, dato che il modo di tramandare la memoria dei due grandi (come ricorda Nanni considerando l’idea di Lomazzo nei confronti di Leonardo) è esso stesso un problema  storico da decostruire, prima ancora che un documento.

La filologia delle fonti come la storia delle idee vietano semplificazioni, e qui sono in gioco la storia dell’arte come la filosofia, la scienza come la letteratura, la mentalità come le religioni, in un discorso che lancia una sfida agli specialismi.
“Leonardo e Pico” è infatti il primo contributo di una ricerca che si annuncia complessa e lunga, come si percepisce nei rinvii dei vari saggi a ricerche da approfondire, a sondaggi da effettuare.

Grazie a questo  scambio la trama viva delle discussioni di Mirandola si è tradotta con il volume in un arricchimento delle tesi iniziali, sulla scorta di una pluralità disciplinare che non era estranea agli stessi protagonisti dell’indagine, legati a un’incontenibile volontà di sapere.

Vera Bugatti
(1 marzo 2006)

 


Indice

Roberto Pignatti
Premessa

Edmondo Trionfini
Premessa

Fabio Frosini
Premessa

Carlo Pedretti,
"El Pico ne diè le opinioni": Leonardo e la "Fenice degli ingegni"

Stéphane Toussaint,
Leonardo filosofo dei contrari. Appunti sul "chaos"

Gabriella Ferri Piccaluga,
Leonardo, Pico e l’ambiente ebraico

Romano Nanni,
Le "Disputationes" pichiane sull’astrologia e Leonardo

Graziella Federici Vescovini,
Note di commento a alcuni passi del "Libro di pittura". "L’astrologia che nulla fa senza la prospettiva..."

Patrizia Castelli,
Leonardo, i due Pico e la critica alla divinazione

Fabio Frosini,
Umanesimo e immagine dell’uomo: note per un confronto tra Leonardo e Giovanni Pico

Indice dei nomi


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