Alessandra Lavagnino,
Un inverno 1943-1944. Testimonianze e ricordi sulle operazioni per la salvaguardia delle opere d'arte italiane durante la Seconda guerra mondiale,
Palermo, Sellerio Editore, 2006, € 9.00

 

Il piccolo libro di Alessandra Lavagnino è un grande libro, perché con semplicità riesce a far rivivere tutta la passione e la determinazione con la quale un gruppo di persone, fra cui suo padre Emilio, riuscirono a portare in salvo tra il 1943 e il 1944 un numero impressionante di opere d’arte. Utilizzando con grazia principalmente il diario di suo padre, ispettore presso la Soprintendenza, la scrittrice sviluppa una narrazione pacata e umile, in cui i ricordi dell’adolescente di allora si intrecciano a meraviglia con le imprese paterne. Tutte le enormi difficoltà incontrate, in tempi di guerra, dal gruppetto dei salvatori dell’arte venivano attraversate mettendo a rischio la propria vita per salvare quella dei capolavori. Viaggi al limite dell’umano, talvolta senza cibo, con mezzi spesso in panne, ma viaggi essenziali: “poi finalmente, dopo quasi ventiquattr’ore di digiuno, con Nicoletti va a mangiare. I due sono molto contenti: hanno portato a Roma: 13 casse di quadri della Galleria Borghese, 10 della Corsini, i Caravaggio di Santa Maria del Popolo e di San Luigi de’ Francesi, 4 casse di quadri dell’Ambasciata Italiana di Londra già collezione Gualino, 88 casse contenenti quadri delle chiese e delle gallerie di Venezia, 3 grandi casse con quadri della Galleria di Brera. Sono 120 casse con 300 capolavori che, depositati in Vaticano, saranno posti praticamente fuori dalla guerra”. Possiamo allora provare a percepire o a immaginare la grande gioia che Lavagnino doveva sentire in questi momenti, la soddisfazione autentica di chi fuor da tornaconti persegue una finalità alta, garantendo ai posteri la possibilità di vedere centinaia di opere somme. Accanto alla sua figura ritroviamo fra le altre quelle di Giulio Carlo Argan, Pasquale Rotondi, Palma Bucarelli, Giulio Battelli, Italo Vannutelli, tutti uniti nella tutela del nostro patrimonio. Ma quello che più di altro colpisce nella lettura del testo è il rapporto tra il ruolo di responsabilità di un funzionario “in riposo” – non avendo riconosciuto la Repubblica di Salò erano stati mandati in “pensione” – e un clima dove era praticamente impossibile svolgere le funzioni proprie di quella mansione; solo l’estrema consapevolezza di quanto fosse a rischio il patrimonio,  solo il rispetto per il proprio amato lavoro e soprattutto un coraggio senza riserve potevano consentire di far tutela fra le bombe con tanta naturalezza in quell’interminabile inverno. Pratica e teoria si intrecciano continuamente nelle difficili decisioni da prendere, unite ad una profonda e indispensabile conoscenza del territorio: “bisogna andare” scrive Lavagnino “di paese in paese lungo l’Aurelia, la Cassia, la Tiberina, la Flaminia, la Salaria, la Tiburtina, e se possibile la Casilina – dell’Appia non è più il caso di parlare – per portare a Roma quanto più è possibile di quello che è nelle chiese. Se mi danno il permesso per il mio topolino potrò fare io questi viaggi”.

Pur immersi in un clima tesissimo e disumano non perdevano di certo il gusto dell’ironia, come ricorda un divertente e amaro aneddoto: Lavagnino e Rotondi si trovavano a palazzo Venezia quando un custode consegnò loro un questionario circa la propria situazione; dove era il quesito sulla “razza” risposero “bassotta”, beccandosi poi un’ammonizione.   

Richiamare oggi alla “memoria collettiva” queste testimonianze è utilissimo, perché quei capolavori hanno bisogno di essere ancora e per sempre tutelati. Certo i rischi sono nei nostri tempi per fortuna minori, ma la dequalificazione, voluta dalla politica, delle strutture e del personale preposto alla tutela, unita allo scollamento tra società civile e valori culturali del patrimonio, destano grande preoccupazione; come d’altra parte il continuo girovagare da una mostra all’altra di centinaia di opere d’arte, spesso di autentici capolavori, che non giova di sicuro alla loro conservazione. E c’è da credere che il moderno gioco degli “eventi” non sarebbe piaciuto ai protagonisti di questa storia esemplare.

Francesco Mozzetti
(22 mar 2006)