Dario Fo,
Il tempio degli uomini liberi. Il Duomo di Modena. Appunti per lezione-spettacolo,
a cura di Franca Rame, Modena, Franco Cosimo Panini, 2004, pp. 238, 193 ill. colori, € 20,00

 

Non riguarda Venezia né il Cinquecento, nondimeno val la pena segnalarlo. È insolito, è strano. È, soprattutto, il materiale raccolto da Fo e curato da Franca Rame preparatorio allo spettacolo tenuto a Modena dal 18 al 20 luglio scorsi e ripreso e trasmesso da Raitre il 26 agosto.

Materiale splendidamente illustrato dagli scatti fotografici di Ghigo Roli (e tratti da un volume sul Duomo già edito nel 1999 dallo stesso Panini) che per numero vanno ben oltre i dettagli dei rilievi di Wiligelmo e del "Maestro delle metope", e si addentrano per buona tratta nella selva di sculture dei capitelli, dei portali, del pontile e delle lastre che punteggiano le murature. E non solo le fotografie di Roli, ma molte ancora: foto di confronti, foto ritoccate a tempera e pennarello, e ancora grafici e disegni che completano e rallegrano la lettura. E non si negano il piacere e lo sgarbo del naif, come nei pannelli confezionati a mo’ di sunto (foto 1) che ci ricordano tanto i tempi delle scuole elementari.

Perché questo libro va per lo meno sfogliato? Perché nel panorama della divulgazione incarna una alternativa precisa al modello guida-turistica. Le immagini vengono qui meticolosamente raccontate. Una per una. E poi ancora interpretate; e poi ancora collocate nel contesto sociale e politico dell’epoca (le servitù della gleba, i primi liberi comuni). Raccontate e interpretate con tale insistenza e convinzione che viene da chiedersi come mai solo agli storici dell’arte possa venire in mente di trascurare, se non ignorare, i significati. E ci tocca la lezioncina di Dario Fo: "Per le sculture, non ci si poteva più limitare a elencarle e basta, senza commentarle, senza coglierne le chiare allegorie, tanto più che nei grandi scultori, nei grandi architetti tutto è realizzato con una ragione ben precisa e in questo caso neanche tanto recondita, tanto nascosta".

Poi è un lavoro certamente perfettibile. Privo, ad esempio, non dico di note, ma finanche di bibliografia finale. Eppure ci convince il punto di incontro, di equilibrio tra erudizione e divulgazione (e le sue inevitabili semplificazioni). E ci convince per due motivi – e sia pure confessando che, per parte nostra, avremmo fatto pendere l’ago un po’ più verso l’erudizione, almeno nel transito dalla lezione-spettacolo al libro.

Il primo di questi motivi che ci convincono è che le storie vengono narrate per esteso. Storie dalla Bibbia (canonica e apocrifa), dal Romanzo di Alessandro dello pseudo-Callistene, dal Roman de Renard, da Esopo, dal Liber monstrorum: mica poco. E poi raccontate correttamente, fino al punto (estremo, scandaloso) di godersi qualche sincera libertà vigilata di garbatissimo humour. Come nel sacrificio di Isacco, ove assistiamo a una piccola inedita vendetta compiuta da Isacco ai danni di Abramo. Il patriarca, come sappiamo, aveva tentato di sacrificare il figlioletto, esortandolo – e qui siamo oltre il racconto biblico – ad accettare con renitenza "quanto viene dall’alto". Ora ci viene confidato che, una volta scampato il pericolo, Isacco si piegò, raccolse un sasso e lo scagliò all’indirizzo di Abramo, che lo precedeva nella discesa dal monte. "Ohia! Che è? Dio che mazzata!". "Non farci caso", risponde esaltato il suo figliolo: "Tutto quello che viene dal cielo dobbiamo accettarlo come un dono di Dio".

Infine non mancano le citazioni alla lettera. Da Honorio Augustodunense, Bonvensin della Riva e soprattutto Mattazzone da Calignano, stupendo giullare lombardo del XIII secolo.

Il secondo motivo è che le sculture ci vengono raccontate con un occhio e una finezza che ci piace, come quando una pausa introduce l’entusiasmo di fronte al "Maestro delle metope" e ai suoi misteri (concordiamo: l’ignoto Maestro è un gigante). O come quando un rozzo capitello con due guerrieri in lotta, ciascuno dei quali ramazzato dalla rispettiva moglie (foto 2), si rianima sotto i nostri occhi.

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Deambuliamo, come dice Wiligelmo dopo il diluvio universale, cioè proseguiamo; e andando avanti incappiamo in un capitello davvero unico fra le sculture di tutti i tempi. Potremmo definirlo il più efficace manifesto per la pace mai prodotto. Nella parte frontale appaiono due guerrieri che si confrontano in battaglia. Entrambi calzano maglie di ferro, hanno il capo protetto da elmi con tanto di paranaso e menano pesanti fendenti che vengono bloccati da reciproci scudi. Dai lati, alle spalle dei forsennati combattenti, spuntano due donne, una per parte, entrambe impugnano una ramazza e sferrano "scopate" furibonde sulle schiene dei contendenti. Gli occhi e i volti delle donne esprimono rabbia e determinazione. E sembrano gridare: "Basta con ‘ste guerre! Siamo stufe di scannamenti e massacri! Buttate le armi, ché poi finisce sempre che chi paga pesante siamo noi: vedove, orfane e violentate e in miseria coi nostri figli".

Insomma, in un momento di incertezze per la sorte della storia dell’arte e di certezze, ma brutte, per la sorte della scuola – e senza per forza simpatizzare col lavoro di Dario Fo –, va onestamente segnalato il suo libro assieme a tutti i migliori lavori nel campo cruciale della divulgazione, campo che fino ad oggi ha prodotto ben poco di convincente nel settore storico-artistico. Che magari suggerisca qualche felice idea a chi si accingerà di nuovo, domani, all’ingrato compito di allestire manuali, di insegnare.

Luca Tempesta
19 nov. 2004


Indice

Il tempio degli uomini liberi
Il Duomo di Modena

I. Le vicende storiche

II. Le sculture del Duomo


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