Vittorio Emiliani,
L'enigma di Urbino. La città scomparsa
Torino, Nino Aragno Editore, 2004 ("Zapping"), pp. 184, € 12,00

 

Il recente lavoro di Vittorio Emiliani si propone all'attenzione del lettore per alcuni elementi di grande interesse che traggono origine da una presentazione in parte autobiografica di una vicenda pluridecennale dalla fine degli anni Trenta del Novecento, fino ai giorni nostri.

Il libro è diviso in tre parti che tuttavia non possono essere intese separatamente. Nei primi nove capitoli si presenta un'Urbino ormai scomparsa, vista attraverso gli occhi e la memoria del giovane Emiliani; in due ulteriori capitoli si tracciano le cause e i momenti dell'impoverimento del tessuto sociale del centro storico urbinate dopo la seconda Guerra Mondiale; mentre negli ultimi capitoli si segnalano le vicende (e se ne propongono alcune cause) che hanno portato al degrado e alla situazione attuale di uno dei più affascinanti complessi urbani d'Italia.

Con uno stile dalla lettura piacevole, Emiliani ci presenta un caso emblematico che purtroppo potrebbe essere rintracciato in molte altre città italiane, in cui gli interessi economici derivati da un insano utilizzo delle risorse hanno portato, in anni non lontani, alla radicale trasformazione o anche alla distruzione di un patrimonio, ormai irrecuperabile. Se le cause generali di tale degrado possono essere individuate in Italia in molti altri centri storici piccoli e grandi, la situazione di Urbino diventa ancor più evidente, allorquando si vada a considerare che la città, soprattutto nella sua parte antica, vive in forma monodica sul pubblico impiego, e in particolare sulle attività connesse con la presenza di una università in cui il rapporto studenti/abitanti è molto più alto di quanto non accada in altre città universitarie come Pisa e Pavia.

Perciò la struttura economica si è modificata in funzione di questa ingombrante presenza ed Emiliani denuncia chiaramente come il centro storico urbinate si sia trasformato da un centro residenziale con le sue naturali compresenze sociali e con le molteplici attività necessarie per la vita di una città, ancorché piccola, in una vasta zona costellata da camere in affitto. Qui i residenti si sono ridotti a un esiguo numero di persone, mentre i proprietari immobiliari (gli affittacamere, come li definisce con giusto sarcasmo Emiliani), oltre a gestire le proprie attività sfuggendo largamente al fisco, riescono a determinare scelte politiche che contribuiscono al degrado della città. Un degrado dovuto a scellerati interventi urbanistico-architettonici (tra i quali un non meglio giustificato studio sui colori della città che potrebbe dare a Urbino – come altrove è già accaduto – inusitate intonacature e colori pastello mai esistiti), all'incuria diffusa, allo scarso interesse per le dinamiche sociali e, non da ultimo, all'invasione di turisti che potrebbe ulteriormente danneggiare il volto di Urbino, trasformandola in una San Marino marchigiana, in cui tutta la struttura della città venga pensata in funzione del turista e della sua circuizione commerciale.

L'analisi di questa situazione è condotta dall'autore facendo ampio ricorso a esperienze personali, vista la sua lunga frequentazione con Urbino e la sua presenza attiva nella vita della città, anche come amministratore. E sono proprio queste memorie che conferiscono al volume un garbo particolare, soprattutto nella prima parte in cui Emiliani ricostruisce il tessuto sociale di Urbino tra guerra e dopoguerra, soprattutto del quartiere del Duomo in cui viveva. Il racconto si snoda attraverso gli anni dell'infanzia presentando, soprattutto attraverso il Leimotiv dei giochi, l'avvicendarsi delle stagioni nel paesaggio urbinate ancora intatto, le attività artigianali tradizionali, i personaggi più o meno importanti e quelli singolari, le cerimonie religiose le istituzioni culturali – prima fra tutte la prestigiosa Scuola del Libro – di una realtà ormai scomparsa, e non solo a Urbino.

Leandro Ventura
(11 agosto 2004)

 

 


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