Pierluigi Basso,
Il dominio delle arti. Teorie estetiche e semiotica
Roma, Meltemi Editore, 2002 ("Segnature"), pp. 480, € 25,00

 

Il lettore che si accinga a varcare la "soglia" (nel senso dato da Genette) del libro di Pierluigi Basso potrebbe provare una certa titubanza, se non soggezione, come ci si può aspettare di fronte a un volume di 480 pagine e un indice piuttosto articolato. Ma una volta avviata la lettura problemi non ce ne sono, dacché l’autore è riuscito pienamente ad integrare due obbiettivi non facili, e forse oggi persino fuori moda: trattare estesamente, e spesso dettagliatamente, una vastissima panoramica di autori e contributi importanti per il dibattito contemporaneo intorno ai rapporti tra estetica, epistemologia e semiotica, senza rinunciare d’altra parte ad uno sviluppo e concatenazione dei problemi il più possibile sistematico. Semmai il difficile viene per il recensore, dato che l’ampia ricognizione muove dai problemi della definizione dell’opera d’arte, delle determinazioni funzionali, dei regimi di esistenza, all’analisi dei modi dell’esperienza estetica, della questione del giudizio valutativo, fino al ruolo svolto dall’immaginazione e dal godimento estetico. Come si vede, ce n’è abbastanza per ogni tipo di curiosità, e altrettanto variegata è la possibilità di soddisfare preferenze in tema di autori e correnti. Va anzi riconosciuto alla fatica di Basso di aver prestato circostanziata attenzione non solo alle ricerche di personaggi molto conosciuti, come Goodman, Eco, Genette, Barthes, Jauss, ma anche ai lavori di studiosi importanti ma poco o pochissimo noti in Italia, quali Wholleim, Walton, Levinson, Currie, Pouivet, per non citarne che alcuni limitandoci ai contemporanei, coi quali il dialogo dell’autore è più fitto. In questo senso un indice analitico avrebbe fatto comodo, soprattutto al lettore "informato".

Il progetto ambizioso di Basso è quello di tentare una demarcazione del dominio artistico, saggiando le possibilità di individuare aspetti e caratteri che ne prospettino l’autonomia all’interno di un più ampio scenario culturale. A tal fine l’autore non esita ad impostare un dialogo apertamente interdisciplinare che vede nella semiotica lo strumento con cui portare a confronto, ed eventualmente conciliare, due diverse e spesso divergenti branche della riflessione estetica, intesa, da un lato, come dottrina dell’esperienza sensibile e dall’altro come filosofia dell’arte. Un tale progetto "federativo" dovrebbe esser condotto in vista della confluenza in un quadro più comprensivo che contempli anche la dimensione pragmatica, storica, culturale delle dinamiche di produzione, circolazione e fruizione delle opere. Un quadro che dovrebbe potersi qualificare come sociosemiotico.

È evidente, già in questi termini, che entrare nel merito delle questioni principali affrontate dal saggio di Basso significherebbe intessere un confronto a più voci improponibile in questa sede, così come risulterebbe inutile proporre un qualche riassunto delle molte tesi e teorie discusse partitamente. Quel che qui forse si può fare, oltre a consigliare vivamente la lettura del libro, è invece cercare di mettere a fuoco, sia pur brevemente, un punto che per quanto mantenuto ai margini della trattazione – per esplicita ammissione dell’autore – resta comunque decisivo per comprendere l’orientamento complessivo del lavoro e che in effetti "fa da sfondo alla prospettiva di ricerca", come Basso stesso riconosce. Può essere dunque utile richiamare per cenni alcune possibili implicazioni e conseguenze delle opzioni epistemologiche e gnoseologiche che hanno guidato l’impostazione del problema dell’esperienza sensibile e della conoscenza estetica. Tanto più perché si tratta di una tematica divenuta imprescindibile termine di confronto – se pure c’è mai stata un’epoca in cui non lo fosse – anche per quelle discipline a carattere storico-interpretativo che tradizionalmente hanno a che fare con le opere d’arte.

È interessante perciò registrare ancora una volta come pure la semiotica torni a misurarsi su questioni filosofiche fondamentali, magari in un rinnovato dialogo con le scienze cognitive, la psicologia, la filosofia della scienza. Questione delicata, si capisce, della cui difficoltà il saggio di Basso testimonia palesemente anche gli aspetti più controversi. Egli infatti non sembra propenso a fare il passo già compiuto, per esempio, da Umberto Eco, e imboccare la strada di una esplicita riflessione ontologica, ma pare piuttosto incline a non rinunciare ad alcuni paradigmi consolidati di una certa tradizione semiotica, pur concedendosi qualche apertura sul versante epistemologico. Sennonché anche le mezze decisioni sono pur sempre decisioni e si tratta di vedere come si possano argomentare.

Nell’affrontare il problema basilare della percezione, l’autore muove dal dichiarato rifiuto di posizioni di stampo realista, del tipo, per intenderci, del cosiddetto realismo "esterno" o "forte": percepisco la realtà così e così perché essa è così e così indipendentemente dalla mia percezione. Su questo Basso sembra piuttosto sicuro: "Nessun percetto è realista in senso forte" (p. 48). D’altra parte si vuol pure evitare la Cariddi di uno scetticismo relativistico poco praticabile anche se pragmaticamente rivisitato. Sarebbe invece da prescriversi un genere di costruzionalismo alla Nelson Goodman – rispettoso "della rivendicazione che tra la prensione degli stati di cose e le rappresentazioni mentali si frappone sempre un piano di intermediazione semiotica" (p. 47) – da assumere però cautius e correggere contestualmente con "un minimum ontologico" che serva almeno a distinguere tra realtà e finzione (p. 47). Si potrebbe pensare ad una versione di realismo "interno" o "debole", ancora piuttosto in voga e oggi variamente declinato secondo i diversi giudizi che se ne danno, dal "realismo della foglia di fico", su cui ironizza il filosofo australiano Michael Devitt, al più simpatetico "realismo dal volto umano" sostenuto, almeno per un certo tempo, da Hilary Putnam.

Quando però si deve decidere della "bontà di una versione del mondo rispetto a un’altra" – sono parole dell’autore – non si capisce bene come il minimum ontologico possa funzionare. Il problema sarebbe risolto dalla fenomenologia (di Husserl e Merleau-Ponty) "con l’idea che mondo e soggetto ‘rispondono’ congiunturalmente, insieme" (p. 48), ma il linguaggio evocativo-metaforico tradisce qualche difficoltà, e soprattutto il problema resta inevaso, poiché, anche a voler ammettere qualcosa come "l’accoppiamento strutturale soggetto/mondo" di cui parla Basso, è ovvio che tutte le versioni del mondo "rispondono congiunturalmente", e la versione di Crisippo non è meno "nostra" (o sua) di quella di Carneade, sicché se non sussiste un criterio esterno, più che l’epoché husserliana si impone quella di Pirrone. Questione vecchia, ma Basso non lascia intendere in che modo alcune posizioni, compresa la semiotica, "rispondano" più o meglio di altre. Rispondano poi a cosa? L’autore pare piuttosto girare intorno al alcune scontate massime ermeneutiche, oltretutto di indole storicistica, per le quali, tanto per fare qualche esempio, "le strategie di semantizzazione" sono "storicamente determinate" (p. 15), e, come crede Halliday, "il linguaggio simbolizza attivamente il sistema sociale, creandolo nello stesso momento in cui viene da esso creato" (p. 56), per modo che anche le descrizioni tutt’al più "si candidano alla validità esplicativa intersoggettiva, non la determinano" (p. 57). A parte l’uso sfuggente del concetto di determinazione nelle varie occorrenze, non pare che si profili una via d’uscita molto più che pragmatica.

Dovrebbe sorprendere dunque – e invece era prevedibile – che non si diano incertezze e negoziazioni circa l’impossibilità di "ri-innestare un punto di vista metafisico che dall’alto sanziona l’adeguamento della descrizione all’essere" (p. 48). Un tale punto di vista metafisico diviene anzi, come spesso succede, il surrettizio criterio negativo per giudicare dell’attendibilità di questa o quella posizione, anche se Basso ritiene comprensibilmente superfluo ricordare al lettore chi, a suo vedere, avrebbe sanzionato il definitivo superamento di questo "realismo forte", tra gli autori abitualmente accreditati dalla manualistica: Heidegger, il Neopositivismo logico, Kant, e via risalendo. È chiaro comunque che qui se ne ritiene acquisita la falsità (evidentemente non tanto "imperscrutabile" come la verità); non per nulla l’autore, accostandosi a questa problematica, parla di "compromissione con l’ontologia" e mostra un certo disagio con quei "residui" di realismo "che pure permangono" in auctoritates riconosciute come Peirce o Husserl (pp. 56, 63).

Il costruzionalismo "temperato" cui mira Basso resta però indeciso intorno alla questione inaggirabile del realismo, e lo si vede nel modo in cui egli adotta ed adatta la nozione di "sopravvenienza" – desunta dall’ambito della filosofia della mente americana – al tema della conoscenza sensibile. L’idea sarebbe di prospettare una mediazione, sotto l’egida di Husserl, tra attività (sopravveniente) del soggetto nella percezione e passività rispetto ai dati (subvenienti) del mondo esterno. Il problema è che per l’autore "i dati sensibili in entrata [...] sono già frutto di trasduzione e costruzione" (p. 50), e quanto alla fenomenologia egli è convinto che "del resto, ogni oggetto è già in origine costruzione semiotica a livello della percezione, come la lezione fenomenologica di Husserl ci insegna" (p. 134).

Questa "costruzionalità" sarebbe comprovata "dal fatto che le proprietà dell’oggetto costruito nel percetto possono avere basi (subvenienti) differenti, rompendo una catena causale scontata", infatti per l’autore "l’approccio genetico si presterebbe a essere fallace, dato che a una certa datità farebbe sempre corrispondere lo stesso percetto" (p. 50), sennonché questa è un’asserzione di realismo piuttosto forte, direi troppo forte, in quanto dopo aver ribadito che non si dà accesso diretto ai fatti di realtà, ma solo un’intermediazione semiotica a parte subiecti, si suggerisce poi che si possa controllare la corrispondenza, o la non corrispondenza, tra oggetti e proprietà subvenienti e oggetti e proprietà sopravvenienti. Sarebbe come se un kantiano se ne uscisse dicendo che talvolta il fenomeno avrebbe base nel noumeno corrispondente e talvolta no. Il kantismo, si sa, se la cava con l’asimmetria tra conoscere e pensare, che resta peraltro non poco problematica. Ma qui stiamo parlando di una fenomenologia della percezione, e quindi un assunto del genere equivale a sostenere che ci sono casi in cui, per esempio, alla datità subveniente "colomba bianca" – poniamo nell’Annunciazione di Tiziano o nella Trinità di El Greco – sopravvenga un percetto "corvo nero", senza sapere però come e perché, il che pare fortemente controintuitivo, visto che tanto le nostre pratiche altamente istituzionalizzate quanto la più abituale esperienza quotidiana ci spingono ad ammettere che simili disordini e anomalie percettive – com’è vedere un corvo nero dove c’è una colomba bianca – denunciano un’eziologia precisa, una connessione causale determinata (magari l’abuso di "Corvo rosso"). Che poi in letteratura, soprattutto in certe aree disciplinari, tali abbagli siano anche troppo frequenti è un altro discorso. Ma da sobri, nella vita di tutti i giorni, le cose vanno molto meglio, e questa è una delle ragioni principali per cui, dopo qualche milione di anni, siamo ancora qui a raccontarcelo. Nel tentativo di falsificare una concezione realista della gnoseologia l’autore finisce per accoglierne, forse involontariamente, una delle tesi cardinali, la possibilità di accedere a ciò che determina la percezione senza essere percezione: vale a dire il mondo esterno.

Le mie percezioni – come, peraltro, quelle di tutti gli individui normali ascritti alla specie Homo sapiens – sono necessariamente mediate dal corredo sensoriale del mio corpo, ma benché non potrò mai sapere come sia percepire, poniamo, tramite le ampolle del Lorenzini di cui è dotata la linea laterale di uno squalo, nondimeno posso stabilire cosa i suoi organi avvertono: esattamente gli stessi oggetti che arredano il mio umwelt, mio al punto che in certe circostanze quel qualcosa potrei essere io stesso (se per esempio ho la passione del diving), e credo che neppure Nelson Goodman, o qualche altro costruttivista di più recente leva, sarebbe stato disposto a provare in che misura il catalogo ontologico di uno squalo affamato conti articoli diversi e incommensurabili con la nostra versione del mondo. Probabilmente, e per fortuna, non è necessario ricorrere ad esperienze di "condivisione" così traumatiche, poiché è semplicemente palese che per arrivare ad accertare che esistono, inter alia, pesci che "sentono" i campi elettrici, mammiferi che percepiscono il magnetismo, uccelli che vedono l’infrarosso, devo necessariamente uscire dal cerchio magico del "mio" universo sensoriale; anche perché si tratta, non lo dimentichiamo, di conoscenze acquisite sperimentalmente. Piuttosto è sorprendente che simili argomenti vengano talvolta avanzati dagli stessi prospettivisti per sostenere appunto che strutture sensoriali difformi mettono capo a mondi/ambienti affatto diversi: soluzione singolare, se si pensa che – pur sorvolando sul particolare che a prenderla sul serio i confronti sarebbero impossibili – ciò legittimerebbe a credere che il mondo del mio tatto non sarebbe coerente e omogeneo al mondo della mia vista, che i ciechi nati sarebbero alieni e simili enormità. Al contrario, tutta questa casistica sembra rispondere radicalmente a quel requisito dell’accessibilità multipla sul quale ancora assai di recente ha richiamato la dovuta attenzione il compianto Robert Nozick nella sua ultima fatica, non a caso intitolata Invariances. The Structure of Objective World (Harvard UP, 2001).

Se assumessimo che il mondo/testo, come lo chiama Basso, ha una "natura seconda", "costruita", ed è il "nostro" solo in quanto ri-obiettivato (pp. 48,50) – a parte l’aporia di situare un punto di vista (metaobiettivo, metasoggettivo?) donde scorgere un tale atto di ri-obiettivazione – la sola possibilità, non dico di interagire, ma anche semplicemente di concepire un mondo coerentemente condiviso degli "altri", fossero pure i selaci, sarebbe un mistero contorto più ancora che insondabile, comunque certo più inspiegabile della percezione diretta. Sono proprio i limiti delle nostre capacità sensoriali a parlare a favore di un realismo forte. Come da tempo ripete giustamente Maurizio Ferraris, se fossimo noi a produrre la nostra realtà non si capisce proprio perché dovremmo farla così poco docile. Anche il problema dell’errore dovrebbe infatti inquadrarsi nella medesima prospettiva, come in fondo pare chiaro nello stesso testo di Husserl al quale Basso si richiama spesso come ad un riferimento saldo: le Lezioni sulla sintesi passiva. Nella sezione dedicata al problema della modalizzazione è in effetti questione della possibilità che le aspettative promosse dalla protensione nel decorso percettivo vengano disattese o deluse costringendo ad una riconfigurazione del percorso stesso. Dovrebbe però risultare evidente che la delusione non può essere prodotto dell’attività percettiva, né può esserlo la coerenza raggiunta al nuovo livello, ché altrimenti questa sarebbe sempre garantita e non si darebbe affatto delusione.

D’altra parte l’autore riconosce che la prensione estetica del soggetto co-varia in dipendenza di una datità esterna, sennonché vorrebbe "indebolire" il carattere causale di tale dipendenza ricorrendo alla citata nozione di sopravvenienza. È però difficile vedere come questa possa qualificare una prospettiva veramente alternativa al realismo ontologico, soprattutto se la si definisce come la relazione tra due oggetti, proprietà, fenomeni A e B, per cui A dipende da, ma non si riduce a B. In questi termini una "topologia della sopravvenienza" – per citare l’espressione dell’autore – è già chiaramente impostata nel III del De Anima, dove appunto l’anima è qualificata come "luogo delle forme" (III, 4, 429a 27) e certo non se ne disconosce il ruolo attivo neppure a livello della conoscenza sensibile, dacché anche Aristotele sapeva che non tutte le tabulae rasae, in quanto tali, hanno capacità ritentive, o che, per dirla con Tommaso, "non c’è sensibile senza senso" (In III De Anima, l. II, 596). Eppure nessuno dubita della "compromissione" ontologica di Aristotele e dell’Aquinate. Se si vogliono prendere le distanze dal causalismo, "di cui la semiotica – lamenta Basso – si è in passato nutrita in maniera acritica" (p. 63), la via della sopravvenienza non pare affatto la più praticabile. Anche nell’ambito della filosofia della mente, dove la formula ha inizialmente preso piede, si tratta di un materialismo antiriduzionista che cerca di limitare le pretese di un integrale fisicalismo, dove i fenomeni fisici subvenienti sono tutt’altro che inaccessibili, anzi sono gli unici fatti descrivibili e spiegabili, se non addirittura gli unici esistenti, come vorrebbero i fautori del cosiddetto materialismo eliminativistico. Anche in Davidson l’indipendenza nomologica del mentale non esclude la dipendenza causale. Lo stesso discorso vale per l’uso che della nozione di sopravvenienza ha fatto l’estetica di orientamento analitico, e Basso se ne rende conto chiaramente trattando delle proposte teoriche di Roger Pouivet, che ha dato al problema un’impostazione fortemente ontologizzante (non a caso il lavoro qui considerato si intitola L’ontologie de l’oeuvre d’art, Nîmes, 2000). Se infatti il ricorso di Pouivet alla sopravvenienza rappresenta un "tentativo di emancipazione da una teoria causale standard" (p. 156), è solo per approdare ad un concetto di dipendenza non meno forte, come si vede considerando la prima clausola condizionale enunciata dallo studioso francese:
B surviene su A se e solamente se B dipende ontologicamente da A (corsivo mio).

Trasposta sul piano gnoseologico o estesiologico del rapporto percetto-oggetto, si capisce bene a quale posizione metta capo una simile assunzione, mentre resta poco chiaro in che modo si possa delucidare e ridefinire questa stessa relazione condizionale sub specie semiotica, come auspicherebbe Basso. Nella migliore delle ipotesi l’auspicio resta tale, visto che l’autore ha poco da opporre a Pouivet, se non che la sua formulazione abbandona "la strada maestra goodmaniana" e sposa una "datata concezione dell’antropologia, quando questa pensava ancora di reperire cosa è comune a tutti gli uomini (la ‘natura umana’)"; ovviamente con esplicito ed inevitabile riferimento ai lavori di Clifford Geertz (p. 159). Ora, sarà anche vero che l’argomento ex autoritate è pur sempre un argomento, ma è altrettanto certo che – tanto più in una prospettiva pluralistico-ermeneutica – da solo in piedi non si tiene, sicché non c’è alcuna ragione per cui si debba andare a scuola da Goodman o Geertz, piuttosto che, diciamo, da Reid o Platone, senza considerarne la validità indipendente delle rispettive tesi. Quanto ai riferimenti di sapore storicistico a concezioni "datate" o "sorpassate", che più di una volta ricorrono nel testo di Basso, vale un discorso analogo, senza contare che qui si cerca di adombrare surrettiziamente l’idea di un consensus omnium, il quale, per quanto solo pragmatico e per quello che può valere, dovrebbe comunque essere comprovato fattualmente, quando forse è più facile il contrario, visto che, pace Geertz, molti parlano di un "ritorno della natura umana", come ha fatto recentemente Diego Marconi (Filosofia e scienza cognitiva, Roma-Bari, 2001, pp. 130ss) – tanto per citare un nome – certo non il più disinformato degli studiosi.

Il punto critico del lavoro di Basso sta forse proprio nella difficoltà di trovare una posizione inequivoca e coerente su alcune questioni fondamentali, qual’è quella che abbiamo cercato di rilevare, restando in bilico tra il rifiuto di un realismo che non piace, forse perché molti continuano a chiamarlo "ingenuo", e il rischio, troppo poco tematizzato per potersi evitare, di un relativismo intenibile. Questa situazione, sulla quale non possiamo soffermarci oltre, si coglie esemplarmente nell’atteggiamento dell’autore nei confronti di una epistemologia come quella di Goodman – certo uno dei protagonisti di questo libro – di cui si vorrebbe accogliere "la saggia radicalità", ma non si sa bene come limitarne le conseguenze più problematiche, come sempre succede quando si vorrebbero ragioni forti per difendere posizioni deboli. È sintomatico che persino il linguaggio giochi brutti scherzi in questo senso, tanto che, per esempio, il lettore ha difficoltà ad assegnare uno statuto ad asserzioni del tipo "Non ci sono i fatti a comprovare o meno le nostre versioni del mondo (p.174), quando lo stesso autore qualche riga dopo sentenzia: "il fatto è che non abbiamo la possibilità di cogliere i definienda al di qua delle versioni che se ne danno" (corsivo mio). Oppure, altrove, come giudicare una affermazione di questo tenore: "È evidente che il vuoto definizionale dello statuto artistico [...] che solo una fenomenologia dell’‘evidenza’ e uno storicismo acritico possono continuare a utilizzare ‘girando nel circolo’ [!], deve essere da noi caratterizzato all’interno di una semiotica delle culture" (p. 168, corsivi ovviamente miei) ?

Lapsus, modi dire, si dirà. È probabile e si può concederlo facilmente, ma, in conclusione, se veramente dal linguaggio, come raccontano alcuni, non si può uscire, non se ne dovrebbero prendere in carico anche le molte "ingenuità" che non diversamente dai sensi ci dicono di fatti, evidenze, oggetti, colombe bianche, corvi neri et similia? Non dovrebbe rientrare anche questo nei compiti di un’estetica che pure si vorrebbe semiotica?

(Michele Di Monte)

 


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