Martha Sue Ahrendt,
The Cultural Legacy and Patronal Stewardship of Margherita Paleologa (1510-1566), Duchess of Mantua and Marchesa of Monferrat,
Ann Arbor, Mich., Univ. of Microfilms, 2002, pp. 414, 85 ill. b/n.

 

La dissertazione di dottorato di Martha Sue Ahrendt, tenutasi al Dipartimento di Storia dell'Arte della Washington University nel Dicembre 2002, si propone fin dall'esordio di mettere in luce il lascito di Margherita Paleologo – peraltro non considerata ancora a dovere dalla critica – alla corte mantovana dei Gonzaga attraverso la scansione dell'eredità culturale che la duchessa consegnò ai successori e mediante l'analisi della sua carica di co-reggente e amministratrice del Ducato in seguito alla morte di Federico.

L'opportunità di rivestire un incarico governativo a Mantova e di costituire in seguito un punto di riferimento per i casalesi, le avrebbe permesso di divenire non solo custode della cultura materiale gonzaghesca, ma anche di costruire una propria precisa identità «commissioning, owing, preserving» documenti e inventari, indirizzando le strategie collezionistiche in modo da incrementarle e riplasmarle tramite la propria eredità storica e culturale.

La studiosa americana si concentra su tre cardini analitici o «sources»:

- La possibile struttura della Palazzina della Paleologa e la sua relazione con l'identità sociale di Margherita a corte.

- Poi lo studio dell'Inventario delle Gioie che la duchessa commissionò allo Stivini per sondare i beni custoditi nella Grotta isabelliana; gli oggetti che lei stessa aggiunse alla lista; lo scopo che si sarebbe proposta orientando il gusto della famiglia in tale direzione.

- Infine il fenomeno della diffusione nel Monferrato della monetazione recante il suo ritratto come vedova velata; il retaggio bizantino e romano che tale mezzo di scambio permetteva di recare; il monito educativo ai figli quali futuri rappresentanti di quel gusto.

Nel capitolo dedicato alla Palazzina la Ahrendt costruisce una teoria spaziale che fa corrispondere «site-plain-interior decoration» al ruolo assunto da Margherita a corte, prima donna di casa Gonzaga cui sarebbe spettata la costruzione di un nuovo palazzo che avrebbe offerto una nuova prospettiva a chi entrava in città, per sancire e suggellare l'alleanza con i Paleologo. La struttura architettonica inseriva Margherita al piano nobile in un ambiente relegato ai margini della vita cortigiana e fuori dal centro politico, articolato diversamente per ogni facciata, sincopato dalle finestre, collegato al Castello attraverso la nota Grotta e predisposto da un apparato decorativo peculiare guidato dal Pippi.

La studiosa non accenna invece in tale sede alla Madonna della quercia di Fermo Ghisoni, datata 1520 e ricavata da un disegno di Raffaello, che fornisce uno scorcio della struttura della Palazzina. Tratta però delle opere che avrebbero dovuto comparire nella camera della duchessa – il cui alloggio privato forse avrebbe fatto parte del Castello e non della Palazzina – e si sofferma anche sulla possibile ubicazione della Capella del Crocefisso (che fosse la Cappella «»scura«» che custodiva una delle due parti della reliquia del Sacro Sangue?) nella Palazzina e della Cappella of the Mass con le reliquie in Castello.

In definitiva Margherita, anche se lontana dagli sguardi della corte, poteva scorgere chi entrava a Mantova da luoghi lontani, monitorando il lago, aveva inoltre la possibilità di ritirarsi nell'oratorio più intimo come di partecipare ai riti sacri in Castello, infine di perseguire il ruolo pubblico e privato che le spettavano, riflessi rispettivamente dalla struttura e dagli apparati decorativi degli «exteriors and interiors» dell'edificio.

Il secondo sistema argomentativo considera in generale l'Inventario dei beni redatto con Ercole tra il 1540 e il 1542 e i fogli relativi ai possedimenti nel Monferrato che Margherita stilò allo scopo di documentare, organizzare e tutelare i beni della famiglia. La Ahrendt rimarca il fatto che la Paleologa avesse conservato anche altri documenti, quali testamenti, brevi papali, decreti imperiali, testamenti conti di spese gonzaghesche allo scopo non tanto di autopromuoversi quanto di assicurare il lascito agli eredi, dimostrando un attivo coinvolgimento nella conservazione delle collezioni gonzaghesche.

In seguito la studiosa considera anche gli inventari postumi alla duchessa per censire la completezza del suo lascito alla famiglia. I documenti proverebbero un interesse di Margherita, oltre che verso i broccati, gli arazzi e gli oggetti preziosi come di consueto, anche nei confronti dell'argenteria (per la quale si annoverano disegni autografi di Giulio Romano) e più che per i dipinti sacri per i reliquiari relativi anche a Santi di eredità bizantina e alla Chiesa Ortodossa, descritti minuziosamente come nient'altro negli inventari. La duchessa non avrebbe donato mai, diversamente dai Gonzaga, alcuno dei suoi oggetti devozionali ad istituti religiosi, con l'eccezione dei tre crocifissi per S. Paola, ma li avrebbe destinati al figlio Guglielmo, riservando loro un valore più che pio, un valore "dinastico".

Si sofferma infine sull'Inventario delle Gioie, relativo allo Studiolo di Isabella, alla Grotta e ai gioielli lasciati da Margherita alla collezione Gonzaga, concentrandosi su quest'ultimo punto quale elemento di interesse trascurato dalla critica. Scritto in corsivo gotico, istoriato e colorato, secondo la Ahrendt fu composto appositamente per Margherita che poteva avere l'usofrutto di quei beni preziosi. Una parte di questo inventario è compilata facendo ricorso ad una scrittura umanistica che parrebbe rimandare alla grafia di un notaio cui Margherita fece spesso ricorso in quegli anni, e precisamente Francesco Stivini da Rimini. Se fosse così la Paleologa avrebbe predisposto una ricognizione dei gioielli gonzagheschi, dello Studiolo e della Grotta in un unicum presentandolo come un «dynastic symbol» incrementato dalla donazione dei suoi gioielli. Il gusto idiosincratico di Isabella sarebbe stato perciò «shaped and defined» dal retaggio antico e bizantino di Margherita, che lo avrebbe anche completato per mezzo delle proprie Gioie nella sua entità di Wunderkammer, allo scopo di aumentare il prestigio sociale della famiglia.

La terza sezione analitica della dissertazione è dedicata alle monete coniate nel Monferrato in tre distinti successivi momenti, precisamente durante la reggenza di Margherita con Federico tra il 1536 e il 1540 e poi con i due figli Francesco e Guglielmo, rispettivamente tra 1540 e 1550 e tra 1550 e 1566.

La Ahrendt, prendendo in analisi vari casi di ritratto numismatico della duchessa, considera il fenomeno in contrapposizione alla completa assenza di monete mantovane che recassero l'effigie di Margherita e in generale ribadisce che, anche se alcune medaglie, come quella di Pastorino de' Pastorini, la ritraggono di profilo, «no painted portrait of her can be securely indentified».

Infatti riporta in nota come il dipinto della Anguissola non sia mai stato ritrovato, il doppio ritratto con Federico commissionato a Tiziano nel 1540 non fu probabilmente mai eseguito, che quello della giovane dama in un soffitto di Casale non sia attribuibile con certezza e che il ritratto di Giulio Romano sia ancora identificato da molti con quello della più nota Isabella.

La Ahrendt però, citando il famoso pezzo di Hampton Court, per portare acqua al proprio mulino, riferisce solo alla Martineau per il rimando a Margherita mentre rinvia ad altri «more scholars», peraltro non nominati, per il riconoscimento di Isabella, quando è ormai la maggior parte degli studiosi ad aver scartato quest'ultima ipotesi e a propendere per l'identificazione con la Paleologa, o tuttalpiù con una dama di corte mantovana del quarto decennio del Cinquecento. La studiosa non inserisce inoltre nell'elenco suddetto il ritratto della Paleologa della collezione di volti gonzagheschi di Ambras.

Viene ipotizzato invece, tramite la corrispondenza relativa ai dipinti, un possibile gusto di Margherita per il ritratto in generale come veicolo del carattere di un individuo nonché quale "sostituto" della persona che è assente, e così fu la sua figura, incisa sulla monetazione del Monferrato.

Margherita avrebbe scelto di autorappresentarsi, agli occhi dei casalesi che legittimavano tramite la sua figura il potere dei Gonzaga sul proprio territorio, quale «ruler» prima indiretta e poi preminente di quei territori e soprattutto di essere la «stewart» degli interessi del Monferrato anche dopo la raggiunta maturità dei due figli, come dimostrerebbe il persistere della sua figura velata in primo piano anche nelle monete coniate in seguito al 1550.

Tutto ciò attraverso un medium – quello numismatico – accessibile a larghi strati della popolazione, che ne conobbe i tratti somatici molto più di quanto i mantovani ebbero l'occasione di fare con Isabella. La rarità delle monete rappresentanti su uno stesso lato una madre con il figlio rimanderebbe inoltre ad un bagaglio antico cui Margherita attinse predisponendo tali iconografie, specificamente le immagini delle donne di potere di Roma come dell'antica Grecia e la Cleopatra Thea di Siria con Antioco VIII, velata e associata anche alla virtù e alla società bizantina.

Mi pare che la Ahrendt, anche se rinvia ogni tanto all'aspetto religioso, trascuri il fenomeno nella sua completezza, per lo più in relazione ad una figura che potrebbe essere interessante mettere in luce in questo senso.

La tesi per esempio riporta solo in nota il fatto che la Paleologa fosse la dedicataria del Trattato diuoto et utilissimo della diuina misericordia di Marsilio Andreasi, pubblicato a Brescia per Lodovico Britannico nel 1542, che traduceva il De immensa Dei misericordia erasmiano mitigandone le asprezze dottrinali per inserirlo in una tendenza filo-evangelica non sospetta.

Inoltre non accenna neppure al fatto che Ercole Gonzaga – altro personaggio le cui idee religiose sono da anni interesse degli studiosi – avesse donato alla Paleologa tre quadri di Fermo Ghisoni rappresentanti il Redentore e desunti da opere del Buonarroti.

Né riferisce che Margherita fosse anche intestataria dell'Opera Nuova spirituale del poeta Marco Bandarini, dedicata alla Passione di Cristo e pubblicata a Mantova nel 1547 e in seguito nel 1552 per Venturino Ruffinelli. Tale libello trattava «gli smisurati cordogli» di Maria Vergine – voce recitante – durante il martirio del Figlio, rimandando al Vangelo di Giovanni e insistendo di continuo sul valore del Sangue che risana.

Una copia di tale libretto devozionale, di piccolo formato, conservata alla Teresiana di Mantova, reca sul primo foglio la dedica alla Paleologa sovrastante un'immagine silografica di formato quadrato. Quest'ultima raffigura Cristo seduto sulla destra e rivolto ad una donna con una mano sul petto alle cui spalle si intravede una terza figura, una sorta di nudo femminile di schiena tagliato dal bordo. Tra Gesù e la donna in piedi campeggia una scritta, quasi indecifrabile, che mi pare indicativamente «Vitii svnt lvtui ac... m..re(x)». La donna di fronte al Salvatore, che, coerentemente ai contenuti dell'Opera Nuova dovrebbe essere Maria, si presenta in veste e acconciatura da cortigiana e per di più appare senza nimbo, quasi a negare la sua santità e rimarcarne il dolore individuale.

Tale peculiarità, unita a vari passaggi interessanti quali quello con «come si può la verità falsare?» – e al nudo di spalle come possibile "nuda veritas" senza volto, nicodemitica?- , al riferimento al Sangue di Cristo e al portare su di sé la Sua croce potrebbe avvicinare – con le dovute precisazioni di contesto – la figura di Margherita ad un ambiente filo-evangelico forse legato alle suggestioni intime del Beneficio di Gesù Cristo Crocifisso?

Ma questa sarebbe in nuce una nuova ricerca – parallela a questa – tutta da argomentare...

Per concludere, a parte le riserve che ho espresso sopra, mi pare di poter ricondurre il contributo della Ahrendt ad uno schematico crescere progressivo e graduale del potere decisionale di Margherita: il ruolo ducale consuetudinario a corte predisposto dalla Palazzina; un primo margine di intervento nella redazione dell'Inventario delle Gioie e nel riplasmaggio del gusto gonzaghesco; infine la veste vedovile – perciò un maggiore margine d'indipendenza rispetto allo stato di maritata- diretta referente e amministratrice per i casalesi anche dopo la maggior età dei figli.

In tutti e tre i casi la sua scelta si orientò verso un sistema gestionale che mirasse a conservare e nobilitare il gusto gonzaghesco e i suoi più illustri rappresentanti, in modo che fosse sempre associato ad una linea collezionistica che lei stessa aveva contestualizzato e nutrito.

Vera Bugatti
(19 lug. 2004)

 

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N.B. La Redazione ringrazia la Biblioteca Comunale di Mantova per la straordinaria disponibilità dimostrata nel reperimento del testo qui recensito.


Indice

Cap I
Margherita's Life: Stewardship as Patronage

Cap. II
The Position of Duchess defined by Architecture: the Palazzina Paleologa and Women's Space in Mantua

Cap. III
The Contents and Functions of Inventories: Margherita's Possessions and Stewardship

Cap. IV
What a Face is Worth: Margherita and the Coinage of Monferrat

Conclusions

Note about Appendices

Appendices

Bibliography