Presentazione (continua)

 

Venezia Cinquecento è una rivista che non ha ancora una lunga storia, visto che è nata nel 1991 ed è arrivata al numero 18. Naturalmente bisogna dire che a monte di questa anagrafe c'è la storia di chi l'ha promossa, quindi – intanto – la mia storia, e poi quella degli amici, dei colleghi, degli studenti, di tutti i compagni di viaggio che hanno accolto con grande entusiasmo l'idea che in un certo momento m'è passata per la testa. Di conseguenza il mio è un discorso molto sul presente, è – se mi è permesso – molto sul futuro, dato che la scommessa dichiarata nel primo numero con l'editoriale d'obbligo era quella d'assumere un impegno per il Duemila: ed era una scommessa relativamente facile se l'intendiamo come anno 2000, assai meno facile se l'intendiamo come secolo...

Tutte le ragioni di partenza di Venezia Cinquecento (e del suo sottotitolo, che vi prego di non trascurare: Studi di storia dell'arte e della cultura) sono peraltro nelle poche righe di questo editoriale, che ha un avvio blandamente polemico e blandamente ironico. Anzitutto c'è la constatazione della situazione della storia dell'arte, e delle pubblicazioni di storia dell'arte, in quel momento: che poi, come dicevo, è un momento dell'altroieri e non è assolutamente diverso da oggi, un momento che mi sembrava e continua a sembrarmi, se non proprio fallimentare, abbastanza negativo. Trovo che si fanno troppe mostre/spettacolo, con enormi cataloghi che escono mezz'ora prima dell'inaugurazione e che sono fatti in fretta e stampati in fretta (e quasi sempre si vede); che ci sono troppe monografie colorate, vezzose e costosissime; che ci sono troppe opere di codificazione. Penso che il momento in cui si decide di procedere a una codificazione di tipo enciclopedico – quindi grandi cataloghi, dizionari, repertori – corrisponda sempre a una stasi nell'attività di ricerca.

La logica di Venezia Cinquecento è esattamente all'opposto di tutto questo. Venezia Cinquecento è una rivista esclusivamente di ricerca, e tanto per cominciare è estremamente spartana nella confezione. Di rado vi troverete riproduzioni a colori, che in ogni caso non potranno mai "sostituire" l'opera. A questo proposito cito sempre il grande Erwin Panofsky, che nella premessa al suo libro su Tiziano scriveva di averlo voluto illustrato da sole fotografie in bianco e nero – beninteso, buone fotografie in bianco e nero – non a dispetto ma in rispetto del fatto che Tiziano è stato il più grande colorista di tutti i tempi: in modo da non guastare, con l'approssimazione della riproduzione a colori, l'approccio diretto all'esecuzione e alla qualità coloristica del grande pittore veneziano. Venezia Cinquecento (a parte la copertina) ha di tanto in tanto al suo interno una riproduzione a colori solo quando è strettamente necessario, ad esempio quando bisogna evidenziare, per renderlo funzionale e riconoscibile, un dettaglio di abbigliamento, o uno stemma famigliare.

Venezia Cinquecento enuncia già nel titolo una sua fondamentale anomalia. Non è una novità assoluta una rivista che si occupi soltanto di arte veneta, e difatti, così dicendo, ho già ricordato una delle più gloriose riviste italiane di storia dell'arte, per l’appunto Arte veneta, fondata nel 1947. Quel che è totalmente nuovo è invece la scelta di delimitare il campo cronologico al Cinquecento, un secolo e basta.

Potreste forse chiedervi perché non Venezia Rinascimento, o magari Venezia Umanesimo (che pure sono altre idee che mi sono passate per la testa), e vi risponderò rapidamente. Rinascimento no, perché è un termine a cui non credo, a cui ormai quasi nessuno crede, che forse può ancora essere usato per capirsi in termini generali e preliminari (come lo usa, ad esempio, la storiografia americana), ma che appare ormai privo di consistenza storica ed è stato praticamente bandito dal vocabolario di molte discipline. La storia dell'arte, che purtroppo appare sempre attardata rispetto alle altre discipline storiche, dovrebbe ripensare tutti i suoi concetti generali: a cominciare proprio da quello di Rinascimento quale ci è stato consegnato dalla tradizione ottocentesca, come un’epoca luminosa e laica contrapposta all'oscuro e bigotto Medioevo, che è un giudizio doppiamente stravecchio e privo di valore ma tuttora assai diffuso nella "cultura generale", magari in quella delle nostre scuole. E neanche Umanesimo, magari per una ragione più tecnica, perché avrebbe potuto far pensare piuttosto a una rivista di filologia o storia letteraria. Insomma, molto meglio Cinquecento, questa indicazione cronologica precisa che peraltro possiamo tranquillamente sforare all'occasione: giacché i termini non sono rigidi, e dunque possiamo pubblicare studi su episodi del secondo Quattrocento o del primo Seicento, o magari di` altre epoche, soprattutto quando abbiano una particolare rilevanza di procedimento o di metodo.

Ma poi, al di la del titolo, perché, e con quale funzione, Venezia Cinquecento! Io faccio il professore, sono legato al mondo dell’università, al mondo degli studenti. Abbiamo ragionato sulla mia e sulla loro esperienza. Tante volte, di fronte a una rivista "generale" di storia dell'arte, abbiamo pensato: è il caso di acquistare questo numero, dove c'è un articolo che ci interessa e altri cinque o sette che ci interessano poco o nulla! Non c'è bisogno di essersi prefissati limiti troppo specialistici per far questo ragionamento. Si tratta piuttosto di identificare un pubblico e di fare una rivista che interessi tutta a quel pubblico – anche perché troppe riviste nascono e muoiono molto rapidamente proprio per aver fatto la scelta opposta. Dunque abbiamo ragionato sul fatto che in questi ultimi anni (e comunque già prima) esiste – in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, e finanche in Giappone – una cerchia di studiosi e di studenti molto vasta che si occupa della cultura del Cinquecento veneziano: a questa cerchia abbiamo fornito uno strumento pressoché monografico, tale da soddisfare al cento per cento i suoi interessi e le sue esigenze. Naturalmente ci occupiamo anche di artisti veneziani/veneti che lavorano in altre regioni e culture (ad esempio: Lotto nelle Marche) o, viceversa, di artisti provenienti da altre regioni e culture che lavorano a Venezia e nel Veneto (ad esempio: Vasari e Salviati a Venezia).

Per analoghe e complementari ragioni, Venezia Cinquecento, che esce con periodicità semestrale (e ogni numero e, più che un fascicolo, un vero e proprio volume di 200/250 pagine con circa 100/150 fotografie), offre frequentemente numeri monografici o semi-monografici, come quelli su Giovanni Bellini (n. 2), su Tiziano (nn. 4, 10), su Cima da Conegliano (nn. 7-8, atti di convegno), su Tintoretto (nn. 9, 12), sulla questione delle immagini religiose nell'età del disciplinamento (n. 16), su Jacopo Bassano (n. 18) e su Lorenzo Lotto (nn. 19-20, atti di convegno).

Un'altra "anomalia" di Venezia Cinquecento è rappresentata dal sottotitolo, o meglio dalla seconda parte del sottotitolo. Nonostante da tempo si parli nei nostri studi di esigenze interdisciplinari o multidisciplinari, queste sono stare poste in pratica assai di rado: sia perché, ovviamente, è assai difficile costruire e costruirsi competenze su varie discipline (anche entro un arco geografico-culturale delimitato), sia perché i mondi accademici, strettamente legati alle singole discipline, di rado incoraggiano questi incroci. Difatti – debbo confessarlo – in Venezia Cinquecento la multidisciplinarita è stata largamente praticata, ma quasi soltanto da storici dell’arte; mentre il mio appello iniziale (e più volte ripetuto) agli storici , agli storici della letteratura, agli storici della religione cinquecentesca, non è stato accolto nella misura che avrei desiderato.

Ci sono state peraltro delle importanti eccezioni: il filologo Corrado Bologna ha pubblicato (n. 2) il corposo studio in cui si dà notizia del ritrovamento del manoscritto del Teatro della memoria di Giulio Camillo nella John Rylands Library di Manchester, fornendone ampia presentazione e illustrazione; lo storico Roberto Zapperi ha regalato (n. 4) un curioso documento su Tiziano e i Farnese; il biblista Andrea Gallo ha contribuito con studi di particolare originalità e consumata filologia alle indagini tintorettiane (nn. 9 e 10). E poi, in ogni caso, la multidisciplinarità ce la siamo fatta da noi, perché quell’invito iniziale è stato accettato con entusiasmo e impegno da storici dell'arte famosi e non famosi, giovani e meno giovani. In attesa e a sostegno di nuovi interventi da altri campi disciplinari, abbiamo anche pubblicato delle piccole ristampe in facsimile di testi cinquecenteschi di interesse storico-religioso (i due poemetti di Alessandro Caravia, Il sogno, 1541, e La verra antiga de Castellani, Canaruoli e Gnatti, con la morte de Giurco e Gnagni, 1550; una predica veneziana di Bernardino Ochino, 1541); e, soprattutto tanti, tantissimi documenti inediti, spesso riprodotti in originale, per lo più trascritti integralmente e collegati alle immagini secondo un rigoroso taglio storico-contestuale. Ricorderò in proposito il contratto per la pala di Lorenzo Lotto in Sant'Agostino ad Ancona presentato da Raffaella Micaletti (n. 1); la documentazione sulla Confraternita per i "poveri vergognosi" prodotta da Francesca Rinaldi a sostegno dell'interpretazione assistenziale dell'Elemosina di Sant’Antonino del Lotto ai SS. Giovanni e Paolo di Venezia (n. 6); i documenti sui commerci di Tiziano e Orazio Vecellio con la corte di Spagna offerti da Matteo Mancini (n. 11); l'immenso dossier sui confratelli della Scuola di San Rocco in Venezia ricostituito da Maria Elena Massimi attorno a imprese di Tiziano e Tintoretto (nn. 9, 10, 14); e quello prodotto da Claudia Terribile sul doge Francesco Donà e la Pala di San Giovanni Elemosinario di Tiziano (n. 14).

Le ultime righe dell'editoriale d’avvio specificavano con assoluta chiarezza i contenuti metodologici, e non posso dunque che ripeterle: Venezia Cinquecento è aperta ai contributi impegnati nell'indagine storico-contestuale, nell'analisi iconologico-semiotica, nella ricerca sui documenti e sulle fonti, nell'approfondimento dei problemi della committenza e del collezionismo. È un taglio non opposto, ma semplicemente separato e distinto da quello di analisi formalistica che risulta tuttora prevalente soprattutto nella critica italiana – e non sarà un caso che noi usiamo parlare di linguaggi piuttosto che di "forma" o "stile". Abbiamo scelto, di nuovo, terreni non strettamente specialistici, non disciplinarmente separati. Lo storico dell'arte che si occupi solo di questioni stilistiche di rado riesce a confrontarsi con studiosi di altre discipline. Gli intrecci multidisciplinari risultano invece facilitati se ci si muove sul terreno dei significati, dei contesti, delle funzioni: di quella modalità d'indagine che tempo fa ho definito iconologia contestuale.

L'iconologia ha taluni strumenti che ne sono parte da sempre, per tradizione teoricamente e storicamente acquisita: il ricco e multidisciplinare corredo di fonti scritte per la definizione della rete culturale, per l'identificazione delle storie, per la decodificazione dei simboli; il vastissimo repertorio di fonti figurative (con tendenza all'irraggiungibile ma avvicinabile totalità) per la definizione dei processi di tradizione e trasmissione, per l'identificazione di norme e scarti, analogie e varianti; l'attenzione minuziosa per il testo figurato, con particolare riguardo per il dettaglio rappresentativo e significativo. Fin qui restiamo, per l'appunto, nell'iconologia tradizionale: un pregevole esercizio di storia della cultura, che già richiede multiple e approfondite letture, filologie, competenze; e già fornisce, in cambio, le chiavi per un ingresso privilegiato nel testo.

Un esercizio preliminare, e fondamentale, necessario; ma tuttavia insufficiente. È vero infatti che la pratica dell'iconologia tradizionale (o la pratica tradizionale dell'iconologia) si è col tempo difensivamente attestata sulla rivendicazione esclusiva dello specialismo erudito, sulla configurazione separata come scienza della decifrazione, contraddicendo proprio la tensione multidisciplinare e l'apertura ermeneutica che ne avevano definito lo statuto, affinato gli strumenti e determinato il fascino. Questa storia della cultura sempre più limitata e delimitata, fatta di testi selezionati, di personaggi eminenti e di idee esclusive, non apre il minimo spiraglio sulla storia delle mentalità, dei costumi, dei comportamenti; non varca mai la soglia della storia materiale degli uomini, fatta invece di politica e di economia, di devozioni e di affetti, di rapporti e conflitti, di misure dell'esistenza quotidiana a confronto con le dismisure dell'evento eccezionale, di lunghi processi di illusione, disillusione, risarcimento. A questa scienza diluita e meccanicistica mancano troppo spesso la voglia dell'interpretazione e la prospettiva del significato.

Se dunque non vogliamo contentarci di questa scienza spenta e intimidita – né tanto meno consegnare le preziose risorse della nostra intelligenza al minimalismo dei "conoscitori" o alle scorciatoie dei "decostruzionisti" – possiamo rinnovarla e rifondarla, senza buttar via il bambino con l'acqua sporca del bagnetto. L’iconologia contestuale, senza rinunciare ai formidabili referenti delle fonti scritte e delle tradizioni figurative, privilegia tuttavia quelli direttamente costituiti dagli accadimenti storici, pubblici e privati; studia le committenze e i contesti, e per studiarli riesamina i documenti già disponibili, ne cerca (e immancabilmente ne trova) di nuovi, convoca serie e classi di testi solitamente trascurate. Dentro l’immagine, non si limita a identificare il soggetto e a decifrare i simboli, ma – avendone studiato il contesto – riconosce e scioglie le metafore prodotte in/per quel contesto; attraversa, e interpreta, gli insiemi complessi di simboli stabilizzati e metafore prolungate che si chiamano allegorie, dispone gli elementi costitutivi e comunicativi delle storie sulle coordinate contestuali documentariamente stabilite, componendo, o ricomponendo, sequenze logiche e percorsi significanti a fronte di sequenze e percorsi della storia. Esalta, infine, anziché appiattirlo sulle modalità di trascrizione/esecuzione, il ruolo dell'artista come organizzatore sapiente del testo, del discorso, del linguaggio delle storie figurate proprio in quanto organizzatore cosciente e partecipe del loro significato.

Da questa impostazione di metodo nascono i grandi saggi di iconologia contestuale di Venezia Cinquecento, quelli che ho rapidamente illustrato a mo' di campionatura esemplare (ma adesso non posso che rimandare direttamente alla rivista) e, naturalmente, tanti, tanti altri. Ne ricordo solo alcuni, per dare un'idea almeno dell'ampiezza e ricchezza degli interventi, e per sottolineare, in particolare, l'attenzione dedicata ai grandi temi della devozione figurata in diversi contesti geografico-culturali: Carlo Alberto Bucci sulle pale d'altare di Bartolomeo Montagna nel contesto vicentino (nn. 1, 5); Francesco Colalucci su Lorenzo Lotto e il Congedo di Cristo dalla Madre per la signora bergamasca Elisabetta Rota (n. 1); Costanza Barbieri sugli affreschi di Lorenzo Lotto in San Michele al Pozzo Bianco a Bergamo (n. 1) e quelli del Pordenone a Cortemaggiore (n. 6); Stefano Coltellacci su fonti letterarie e contesto storico dell'estrema Derisione di Noè di Giovanni Bellini (n. 2); Flavia Polignano sulla vicenda politico-religiosa veneziana che costruisce il grande telero dell'Ecce Homo di Tiziano (n. 4); Guido Rebecchini sulla Cena in Emmaus di Tiziano per il cortigiano mantovano Nicola Maffei e Maria Elena Massimi sul San Giacomo in cammino pure di Tiziano nella chiesa veneziana di San Lio (n. 10); Luca Bortolotti sulla pittura religiosa di Jacopo Bassano e la Crocifissione di Treviso (n. 13). E ancora i grandi studi iconologico-documentari – eccezionalmente ampi, quasi a misura-libro: ennesima anomalia, per una rivista – della Massimi su Tintoretto e la Scuola di San Rocco (n. 9), di Alessandro Serafini sulla cultura del vescovo Gian Matteo Giberti e il contesto degli affreschi del Torbido nel Duomo di Verona (nn. 11, 15), della Terribile sulla chiesa e la pala tizianesca di San Giovanni Elemosinario (n. 14). E gli studi tintorettiani nel monografico n. 12 e qua e là in altri numeri. E poi gli studi sul ritratto: quelli di Flavia Polignano, Harula Economopoulos (n. 3), Sabina Brevaglieri (n. 10) che hanno restituito significato, contesto e dignità alle celebri immagini delle "belle donne" veneziane; di Diane Bodart sulle funzioni del ritratto alla corte mantovana (n. 10) e di Francesco Mozzetti, Giovanna Sarti, Michele Di Monte (n. 13) sul ritratto politico veneziano, individuale e di gruppo. E i saggi su immagini, mitologia e letteratura, e quelli di teoria, discussione e recensione...

I nomi degli autori che sopra ho elencato probabilmente non vi diranno nulla, perché si tratta di giovani studiosi, e di studi derivati dalle loro tesi di laurea e/o di dottorato, o addirittura da ricerche in corso di ancor più giovani laureandi. Mi piace concludere proprio con quest'ultima "anomalia" di Venezia Cinquecento, che è quella di cui vado particolarmente fiero. Beninteso, Venezia Cinquecento vanta un comitato scientifico che comprende i più importanti studiosi europei e statunitensi di storia dell'arte veneziana del Cinquecento, e nelle sue pagine troviamo studiosi sperimentati e ben noti quali Rona Goffen, Daniel Arasse, Erasmus Weddigen, Peter Humfrey, Bernard Aikema, Carolyn Wilson, Robert Echols, Roland Krischel e il sottoscritto. Ma la rivista si è qualificata proprio per la particolare attenzione e il particolare spazio riservati ai giovani studiosi, italiani e stranieri, pubblicando una miniera straordinaria di saggi, letture, fonti, testi, documenti, che di rado trovano costante e rapida pubblicazione, e anzi troppo spesso vanno perduti tra le tante difficoltà materiali – di lavoro, collocazione, identità, sopravvivenza – che assillano purtroppo questi giovani straordinari all'uscita dall'università, in Italia come altrove. Per Venezia Cinquecento puntare su questi giovani non è un fatto occasionale ma una scelta intellettuale e civile, una necessità di conoscenza e di memoria, una politica culturale.

Augusto Gentili
(Venezia, dicembre 2000)